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giovedì 31 marzo 2011

Verga versione Terzo Millennio?

Prosegue domani, venerdì 1 Aprile, il tour per le scuole( Eden - Giarre) del film «Malavoglia», del regista Pasquale Scimeca, liberamente ispirato al romanzo di Giovanni Verga. 

 ( VIDEO ) Intervista al regista Scimeca
Nel film di Scimeca ci sono tutte le problematiche del nostro tempo. ''I ragazzi - spiega il regista - vivono con la grande illusione del Grande Fratello, di Amici, di qualcosa, un colpo di fortuna, un passaggio in tv, che risolva all'improvviso tutti i loro drammi. 'Ntoni ha questa illusione, scrive canzoni demenziali che manda alle case discografiche. Una raccoglie i proverbi del nonno, che sono quelli di cui e' disseminato il romanzo di Verga. Proverbi che contengono una saggezza antica ma che messi tutti insieme in un brano rap, che avra' successo, non significano nulla''. 

"Vi siete mai trovata, dopo una pioggia d'autunno,a sbaragliare un esercito di formiche  tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale?Ognuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre dopo cinque minuti di panico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno" scrive Verga in quella dichiarazione di nuova poetica , in quella anticipazione de I Malavoglia che è la novella Fantasticheria.

venerdì 25 marzo 2011

La vita come opera d'arte : Gabriele D'Annunzio

Del Decadentismo italiano Gabriele D'Annunzio fu l'interprete più appariscente e significativo, incarnando con la sua personalità e la sua opera le tendenze più aggressive e provocatorie della cultura del periodo. Personaggio di spicco della vita pubblica e mondana del periodo a cavallo dei due secoli, autore di grande successo presso il pubblico borghese, egli lasciò la sua impronta sul gusto e sul costume di quell'epoca tanto che il "dannunzianesimo" divenne un comportamento e un'ideologia tipica del tempo.
D'Annunzio volle essere eccezionale come uomo prima ancora che come scrittore , e mise nel costruire la propria immagine un impegno mai visto prima.Per lui l'uomo superiore deve"fare la propria vita , come si fa un'opera d'arte".Lungo il corso della sua opera egli incarna questo ideale in se stesso e nei suoi personaggi; lo arricchisce di nuovi  motivi,ma mantiene una sostanziale continuità.
Nella sua tumultuosa biografia si possono individuare due costanti:
  • la volontà di fare della propria vita un'opera d'arte secondo la moda decadente del tempo , privilegiando i valori estetici e sensuali su quelli morali. Di qui, l'amore per lo sfarzo e il lusso, l'esibizionismo delle proprie relazioni amorose con donne aristocratiche e famose, l'ostentazione dell'indifferenza per le norme della morale comune.
  • l'attiva presenza nella vita politica italiana, nel periodo cruciale tra la crisi di fine secolo e l'avvento del Fascismo, durante il quale D'Annunzio seppe interpretare alcune tendenze presenti soprattutto nella piccola borghesia italiana: l'avversione per l'ascesa delle masse popolari e per il socialismo, l'opposizione al riformismo giolittiano tacciato di compromissione con i socialisti e incapace di fare dell'Italia una grande potenza.
Di qui , il suo nazionalismo, l'interventismo, l'eroismo del poeta-soldato(allo scoppio della Grande Guerra tornò in Italia per partecipare in prima persona alla campagna interventista, nella quale svolse un ruolo rilevante-famosi i suoi discorsi, durante le "radiose giornate di Maggio",allo scoglio di Quarto e sulla scalinata del Campidoglio)  l'affermazione del mito della "vittoria mutilata"temi che contribuiscono a decretare la crisi dello stato liberale e a favorire l'avvento del fascismo.Alla fine del conflitto si segnalò per numerose azioni audaci e avventurose, quali la beffa di "Buccari"e il" volo su Vienna".nel 1916 perse un occhio in seguito ad una ferita; conseguì numerose medaglie al valor militare. Alla fine del conflitto si schierò tra i nazionalisti più accesi a tener desta l'indignazione contro la "vittoria mutilata".
Il 12 Settembre 1919, alla testa di un manipolo di legionari, occupò FIUME , contesa tra Italia e Iugoslavia e oggetto di laboriose trattative tra i vincitori a Parigi. D'Annunzio governò per un anno la città con metodi personalistici e corporativi finchè, nel Natale 1920, dovette sgomberare in seguito al deciso intervento dell'esercito italiano.
La produzione letteraria di D'Annunzio fu lo specchio della sua ideologia , in questo riflette gli aspetti più appariscenti del Decadentismo.
Egli seppe farsi interprete pronto e sensibile, benchè superficiale delle novità culturali provenienti dall'Europa, contribuendo a sprovincializzare la letteratura italiana.Divulgò  in Italia la poetica decadente e il superomismo nicciano; nei romanzi accolse suggestioni straniere , superando il realismo e il moralismo di matrice manzoniana ancora dominanti; nella lirica usò per primo il verso libero; fu disponibile allo sperimentalismo linguistico e aperto alle novità( per es. il cinematografo).

L’estetismo

L'Estetismo è chiave di lettura che accomuna i romanzi di tre autori d'eccezione – Oscar Wilde, Gabriele D'Annunzio e di Joris-Karl Huysmans – e impronta di vita di protagonisti straordinari: Dorian Gray, Andrea Sperelli e Des Esseintes. Una vita da esteti chiede di essere vissuta alla ricerca della bellezza, del sublime e del capolavoro e viene indirizzata verso ogni possibile esperienza estrema, intellettuale, morale e fisica. Dorian Gray e Andrea Sperelli sono eroi decadenti, amorali e privi di valori. Il protagonista di Oscar Wilde, fonte di ispirazione per D'Annunzio, rinuncia a tutto, anche all'anima, per ottenere ciò che più desidera al mondo: la bellezza fisica e una giovinezza eterna proprie del soggetto di un quadro, più che del personaggio di un romanzo. Alla fine, la vita vissuta sul filo della bellezza, vissuta come un'opera d'arte, estranea a qualsiasi valore morale, dissoluta e “decadente”, porta a un finale catastrofico, esteticamente altrettanto spettacolare.

L’estetismo di D’Annunzio consiste nella ricerca del “bello formale”, del “bello espressivo” e dell’eleganza. La ricerca della bellezza è quindi nella forma, per lui “il verso è tutto”, in effetti è conferita maggiore importanza alla forma stessa rispetto al significato, e, sempre nella forma, si esaurisce l’opera d’arte. L’estetismo diviene per lui anche una concezione di vita (Il piacere, Andrea Sperelli: “Ho fatto della mia vita un’opera d’arte”).
D’Annunzio ha quel gusto estetizzante che è una caratteristica abbastanza diffusa tra gli intellettuali di questo periodo (es. Oscar Wilde), questo succede perché la cultura stava divenendo una cultura di massa e l’editoria doveva adeguarsi ad un mercato in fase di espansione. Il romanzo, secondo la definizione di Hegel, era l’epopea borghese: tale concezione viene criticata da un gruppo di intellettuali che intendono recuperare quei caratteri sublimi ed eccelsi che solo in pochi riescono ad accogliere. L’intellettuale decadente è quindi colui che non accetta le regole del mercato e dell’editoria, tuttavia D’Annunzio si piegherà a tali canoni per diffondere le sue opere su vasta scala.
La forma deve essere dunque molto raffinata, la parola, maestralmente adattata e levigata dall’artista, diviene un codice di messaggi segreti. In parte questo discorso è valido anche per Pascoli che però non operava una ricerca estetizzante, ma puntava a cogliere una parola che esprimesse una realtà in cui tutto l’universo si identifica (ricerca interiore). Secondo D’Annunzio chi fa una ricerca estetica è colui che non si adatta alle leggi del mercato, è quindi necessario distinguere tra due tipi di scrittori: quelli “autentici”, che fanno un’opera d’arte in cui esprimono se stessi, e coloro che compongono un’opera con il fine di venderla. D’Annunzio rifiuta l’opera d’arte che sia quella richiesta dal grande pubblico (o almeno dice di rifiutarla), non per questo si chiude in una “torre d’avorio” e scrive solo per se stesso, ma ama piuttosto essere il portavoce del periodo in cui vive: in lui la vita e l’opera d’arte coincidono perfettamente, egli fa un mito di se stesso tanto che i suoi lettori si rifaranno al suo stile di vita (dannunzianesimo). Egli sarà un grandissimo pubblicitario di se stesso e nella sua vita ricercherà il bello mostrando a tutti le sue vicende. Molti, per riallacciarsi al suo estetismo, vorranno apparire esseri superiori alla ricerca del “bello assoluto”. 

F. Sciacca, in un suo studio storico filosofico, Appunti storici per una storia dell’Estetismo, a proposito dell’esistenza che l’esteta vive come opera d’arte, afferma: «[l’esteta è] eroe della bellezza e del piacere, per il quale il mondo è, per una parte, il suo palcoscenico e, per l’altra, la sua platea: all’esteta, del bene e del male, del dolore e delle miserie altrui non importa niente se non nella misura in cui possono essere ingredienti del suo ideale di vita…»

Oscar Wilde è un estetizzante puro come D’Annunzio, indica le sue opere come accessori alla più grande opera: la vita. Wilde invia però un messaggio di trasgressione molto più forte: per la sua omosessualità dichiarata verrà addirittura intentato un processo che verrà usato per esprimere la libertà delle scelte di ogni uomo. Al contrario le grandi amanti di D’Annunzio gli servono a manifestare la sua superiorità che fa da supporto al superomismo.
D’Annunzio in un certo senso non fa altro che anticipare il clima del fascismo in cui viene esaltata la superiorità e la virilità dell’uomo, quindi viene ad instaurarsi un clima diverso da quello inglese, sicuramente bigotto, ma molto più ricco di potenzialità intellettuali.
Il suo estetismo assoluto è presente nell’opera che lo lancerà verso il grande pubblico: Il piacere.

venerdì 18 marzo 2011

 
Salomè



Per "età del Decadentismo" si intende il periodo che va dagli ultimi anni dell'Ottocento allo scoppio della prima guerra mondiale. 
Questa fase storica è contrassegnata da fondamentali vicende politiche e sociali, nella quale da una parte giungono a compimento i processi ideali e culturali dell'Ottocento, dall'altra emergono le tendenze che si svilupperanno poi nel corso del Novecento. L'età del Decadentismo è anche un periodo di grandi tensioni internazionali, che tuttavia non esplodono in conflitti diretti tra le maggiori potenze europee, come era avvenuto in passato, bensì covano sotto la cenere per sfociare poi nella tragedia della prima guerra mondiale. Da un punto di vista economico i decenni di fine secolo fanno da sfondo ad una crisi di vaste dimensioni. È la cosiddetta "grande depressione", che succede al periodo di espansione e di crescita degli anni 1850-1873, e che protrae i suoi effetti sino al 1896, quando l'economia europea entra in un nuovo ciclo di espansione. Questa difficile congiuntura è caratterizzata dal crollo dei prezzi industriali e agricoli, da un generale ristagno produttivo e da un forte aumento della disoccupazione. Di fronte a questa situazione i governi rispondono con una serie di misure che, se da una parte rendono più tollerabili gli effetti della crisi, dall'altra concorrono ad innescare tensioni e contrasti che appesantiscono ulteriormente il clima politico e sociale europeo e mondiale. La prima misura economica che attuano tutti i paesi è quella del protezionismo, cioè della chiusura delle proprie frontiere ai prodotti esteri. Così si contribuisce alla salvaguardia dell'industria e dell'agricoltura nazionali, le quali operano in regime di monopolio e non di concorrenza; però nello stesso tempo si creano degli scompensi nei settori che lavorano per l'esportazione e che vedendosi preclusi i mercati tradizionali, piombano in una profonda crisi, non riuscendo a ristrutturarsi per il mercato interno. Non solo, ma nel tentativo di trovare sbocchi alle proprie economie, oltre che per motivi di opportunità interna e di "scelta culturale", i principali stati europei - Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo - intraprendono una politica imperialistica. L'opzione imperialista è sostenuta anche dalla cultura del tempo, che diffonde negli strati più ampi della società l'amore e il gusto per la guerra, per lo spirito di conquista e di potenza. Si introducono così nell'immaginario collettivo miti superomistici, razzistici, irrazionali e impregnati di violenza, che costituiscono il "retroterra culturale" del primo conflitto mondiale. 

IL DECADENTISMO IN EUROPA

Segni anticipatori del Decadentismo si possono individuare nel movimento dei preraffaelliti inglesi e in quello francese dei parnassiani , propugnatori di una poetica sempre più svincolata dai contenuti realistici e tesa alla ricerca di nuove e più raffinate forme espressive.
La poetica dei parnassiani esalta l'arte come supremo valore umano"l'arte per l'arte"e mette in primo piano nella poesia la bellezza formale, frutto di paziente lavoro di cesello e di costante ricerca, per ottenere la quale è necessaria l'impassibilità dell'artista di fronte alla sua opera.
Il Decadentismo nacque in Francia intorno al 1880 ad opera di un gruppo di poeti(fra cui Verlaine, Rimbaud , Mallarmè) ammiratori di Baudelaire , che diedero vita a circoli artistici e ad alcune riviste.  POETI MALEDETTI
DEFINIZIONE
Atteggiamento di manifestazione del malessere del vivere sociale, nello spirito e nel gusto, manifestatosi in un primo momento nella letteratura, poi nelle arti e nel costume.
E' caratterizzato da una visione estetizzante della vita, dall'esplorazione di zone ignote della sensibilità, dalla scoperta del subcosciente, che l'arte fu chiamata a esprimere in forme nuove e irrazionali.
Gabriele Rossetti  -Pia de' Tolomei-
Gradualmente, il gruppo elaborò la sua poetica, il simbolismo, per la quale il mondo è "una foresta di simboli"(da un verso di Baudelaire)che ci parlano in un misterioso linguaggio:non la scienza nè la ragione possono penetrarlo, ma solo "l'arte".
Il poeta è un "VEGGENTE" che per intuizioni misteriose ed improvvise "illuminazioni"coglie il senso riposto della realtà, scoprendo collegamentiapparentemente illogici fra oggetti diversi"analogie", associando colori, profumi, suoni di cui sa percepire la misteriosa affinità"sinestesie", scegliendo le parole non per il loro significato concreto ed oggettivoma per le suggestioni che possono evocare con il loro suono ed il loro ritmo la "musicalità"del verso.
In ciò , la poetica dei decadenti risentì anche l'influenza delle teorie del musicista tedesco R.Wagner , che nella sua concezione dell'opera d'arte totale (fatta di dramma,musica e poesia) sostenne la necessità di fondere le diverse forme artistiche sotto il dominio della musica.
Perciò il poeta deve rompere ogni legame con la tradizione e sentirsi libero da ogni regola(ritmo, metro, scelta delle immaginie del lessico): di qui la costante ricerca di nuove forme espressive , lo sperimentalismo come carattere distintivo della poesia decadente.


ORIGINE DEL TERMINE
Il termine «decadente» ebbe in origine senso negativo. Fu infatti rivolto polemicamente contro alcuni poeti che esprimevano lo smarrimento delle coscienze e la crisi  di valori del tempo, avvertendo, di là dall'ottimismo ufficiale e spesso ipocrita della società, il fallimento del sogno positivista.
Ma quegli scrittori fecero della definizione una polemica insegna di lotta, in cui si gettavano, di fatto, i fondamenti d'una nuova visione del mondo e d'una nuova realtà. Essi ebbero insomma la coscienza di vivere un'età di trasformazioni e di trapasso, si sentirono insomma gli scrittori della crisi, e avvertirono che il loro compito non era quello di proporre nuove certezze, ma di approfondire i termini esistenziali di questa crisi sul piano conoscitivo.

MOVIMENTI LETTERARI LEGATI AL DECADENTISMO
Il Decadentismo è un fenomeno complesso, versatile nella sua multiforme tematica, nei suoi esiti artistici, nei suoi valori e disvalori, pertanto non c'è, come nel Romanticismo o nel Naturalismo, una poetica che faccia da punto di riferimento comune al variare delle singole esperienze. Si hanno piuttosto varie direzioni di ricerca, che possono in parte legarsi a due movimenti culturali della letteratura europea: il simbolismo e l'estetismo.
Anche in Italia non è possibile ritrovare una corrente letteraria unificante, ma piuttosto poetiche individuali che si rifanno ai miti italiani: quella del «superuomo» in D'Annunzio, del «fanciullino» in Pascoli, del «santo» in Fogazzaro.
Una reazione a questi miti, all'affermazione eroica dell'io, è rappresentata dalla poesia dei crepuscolari italiani che si rifanno ai temi del decadentismo francese.
Accomuna queste esperienze la ricerca di nuovi strumenti espressivi, il rigetto della cultura positivista e il rifiuto spesso aristocratico della società contemporanea in ciò che essa ha di abitudinario, di etica comune, di valori diffusi a livello di massa.
Riconducibile al decadentismo è anche il nascere delle avanguardie, cioè di movimenti che pur con grande diversità di poetiche, mirano alla sperimentazione di nuove tecniche espressive che, movendo tutte da premesse irrazionalistiche, segnino una radicale frattura col passato e siano voce e testimonianza della consapevolezza della crisi. E' un'esplosione che dura suppergiù fino agli anni '30 e comprende le cosiddette "avanguardie storiche": il futurismo, l'espressionismo, il dadaismo, il  surrealismo.

CARATTERISTICHE
Per attribuire all'arte i fini conoscitivi tipici decadentisti, era innanzitutto necessario ridare autonomia creativa all'artista (che si fa ora «superuomo» ora «fanciullino» o «veggente») affinché non fosse ridotto a impersonale e freddo registratore della realtà, come avveniva nel Naturalismo; erano altresì necessarie nuove tecniche espressive per definire l'inesprimibile (non più l'obbligo dell'uso logico della parola, della sintassi, della punteggiatura).

LE REGOLE
v     uso della sinestesia associazione inedita e analogica di due parole appartenenti a due campi sensoriali diversi: è utilizzata per cogliere la realtà non più solo attraverso i canali percettivi pubblici (vista e udito) ma anche attraverso quelli privati (olfatto, tatto, gusto), in un reciproco gioco di corrispondenze; 
v     la parola perde la sua funzione logica, strettamente denotativa ed è impiegata più per le sue valenze connotative; essa è liberata delle sue energie, nelle sue capacità di sprigionare sensi multipli, perché solo se lasciata vibrare nei suoi contenuti affettivi la parola potrà penetrare nelle zone oscure e misteriose dell'inconscio, fino a cogliere le sfumature della realtà e delle emozioni;
la sintassi è liberata di tutte le intelaiature che condizionano la parola; in tal modo essa può sprigionare tutte le sue energie;
v     l'aggettivo deve tendere a cogliere l'emozione: deve essere scelto per suggerire il mistero che avvolge gli oggetti e la vita;
la poesia deve tendere alla fusione tra tutte le arti, accogliendo di ognuna le suggestioni più produttive;
v     la poesia deve ricorrere al simbolo affinché possa andare oltre i dati dell'esperienza quotidiana e ritrovare l'unità di fondo dell'esistenza. Gli oggetti, le parole stesse, le immagini divengono simboli evocatori di sentimenti, di stati d'animo, di idee, attraverso un misterioso legame di analogie.

LA VISIONE DELL'ARTE
L'arte è l'organo di conoscenza per eccellenza, per non dire l'unico; ammessa l'impossibilità di conoscere la realtà più profonda mediante l'esperienza, la ragione, la scienza, il decadente pensa che soltanto la poesia, per il suo carattere di immediata intuizione, possa attingere al mistero della vita, esprimere le rivelazioni dell'ignoto. Per questo essa è considerata come pura illuminazione, messaggio che giunge da una zona remota, opposta all'esperienza usuale, come espressione simbolica.
La poesia deve inoltre tendere alla fusione di tutte le arti perché di ognuna deve accoglierne le suggestioni più produttive.
Paul Verlaine: Arte poetica
 




martedì 15 marzo 2011

Ettore Schmitz
vd. QUI


                                                               La condizione umana di Renè Magritte


L'opera narrativa di Svevo è una sorta di inchiesta autobiografica ed insieme rivelatrice della condizione esistenziale dell'uomo nella società borghese, sul suo desiderio di vita e di successo ed al contempo sulla sua incapacità di raggiungerli. 
  • I TEMI ricorrenti dei suoi romanzi-l'inettitudine,la senilità,la malattia-rivelano l'incapacità dei suoi personaggi di colmare lo scarto, di cui pure sono coscienti, tra il momento della" passione "e quello dell"'azione". Ed anzi è proprio la "coscienza della malattia", del suo significato e dell'impossibilità di superarla che testimonia la condizione di crisi dell'uomo moderno.
  • Da qui: la coscienza del fallimento della cultura borghese, incapace di proporre una soluzione di uscita della crisi storica della società moderna(tragicamente dimostrata dalla guerra); 
  • la proposta del valore della conoscenza come unico strumento per capire"la malattia del vivere", per cui la scrittura diviene una misura di igiene",STRUMENTO DI SALVEZZA PER ARRIVARE AL FONDO DEL PROPRIO ESSERE.

TEMPO DELLA STORIA

Nel romanzo non ci sono riferimenti storici a differenza del romanzo naturalista-verista. A Svevo interessa delineare semplicemente una vita e le sue caratteristiche, non avrebbe senso datarla in modo preciso. E’ vero però che ci sono alcuni riferimenti letterari a scrittori ad Alfonso contemporanei (Balzac…), tecnologici (si cita il treno, non c’è energia elettrica…), da ciò deduciamo che la vicenda possa essere ambientata verso la fine del 1800.
La vicenda dura poi circa tre anni che sono scanditi dai turni di ferie degli impiegato e dall’arrivo dell’inverno.

TEMPO DELLA NARRAZIONE

Il tempo del romanzo scorre in modo non uniforme. Ci sono momenti in cui scorre lento (il primo giorno in banca, la prima passeggiata) in altri momenti invece si procede per sintesi (il lavoro in banca, gli studi in biblioteca, i tentativi di traduzione filosofica). La caratteristica principale dello scorrere del tempo nel racconto è la lentezza: nel romanzo succedono ben pochi eventi significativi, la vita di Alfonso è ripetitiva, il tempo è dilatato dalle continue riflessioni del protagonista; dopotutto queste sono le caratteristiche del romanzo della prima parte del ‘900, sull’azione prevale la riflessione.

SPAZIO

Nel romanzo la descrizione degli ambienti è in relazione allo stato d’animo del protagonista quindi, per quanto riguarda gli esterni: Trieste è una città squallida e grigia in relazione all’oppressione che prova Alfonso, i dintorni di Trieste sono invece visti in modo positivo, luogo d’emozione, la campagna da dove Alfonso proviene è vagheggiata ma quando la ritrova il vagheggiamento cessa.
Questo vale anche per gli interni: casa Maller appare bella, sfarzosa al protagonista che oppone quella casa a quella dei Lanucci, tuttavia dice Svevo:”un occhio più esercitato avrebbe scorto in quell’addobbo qualche cosa di eccessivo, ma era la prima volta che Alfonso vedeva di tali ricchezze e si lasciava abbagliare”; sono anche descritti l’ambiente della banca e la sua casa in campagna ormai in decadenza. Lo stesso discorso vale anche per la natura, c’è una corrispondenza tra stato d’animo e paesaggi, la natura è serena durante le passeggiate, è invece nemica, quando la madre muore.
Macario inoltre, riferendosi alla natura, delinea due concezioni opposte di vita: coloro che lottano per essa e coloro che la subiscono, vi è un chiaro confronto tra vincenti e perdenti.
Macario infatti paragona i vincenti agli uccelli mentre i perdenti sono i pesci che si lasciano divorare dagli uccelli.

ANALISI DEI PROTAGONISTI

Alfonso

IL protagonista si presenta per la prima volta nella lettera iniziale alla madre dove appare con chiarezza come la città, la banca, la società in cui è costretto a vivere siano per lui ostili e brutali ed emerge subito la sua tendenza ad autocompatirsi, la sua incapacità di lottare e vivere nella società; quando viene invitato a casa Maller  prepara in anticipo vuoti discorsi ma una volta in salotto è imbarazzato, vuole fuggire, non riesce a dire ciò che avrebbe voluto. Egli sogna di diventare un grande scrittore, sogna dei diventare un grande filosofo, immagina Annetta come una dea. Questo continuo contrasto tra sogno e realtà accentua un’altra caratteristica del personaggio tipica dell’inetto di Svevo: il sopraggiungere della malattia, del malessere che è indice di disadattamento da cui Alfonso si solleva solo parzialmente con le evasioni fuori città, esce da un senso di inferiorità che sente con le persone che percepisce a lui superiori.
Per Alfonso anche la decisione del suicidio è associata al sogno, la lettera finale ci fa capire come è finita una delle tante esistenze anonime segnate dal fallimento e da una tragica impotenza.

Annetta

Annetta ci viene presentata con caratteristiche comuni anche ad altre donne protagoniste dei romanzi di Svevo: donna disinvolta, che si concede e poi si nega.
E’ una donna annoiata dalla vita che conduce e deve sempre trovarsi nuovi svaghi come per esempio la musica o la letteratura, tutti questi passatempi vengono però portati avanti con scarso interesse e altrettanto scarso profitto.
E’ con la scrittura del libro che Annetta mostra tutte le sue differenze da Alfonso, l’idea di Annetta è piuttosto prevedibile attinge alle risorse più banali con duchi, industriali e l’immancabile, scontato lieto fine; ella è poi vanitosa, testarda, orgogliosa, superba e ben consapevole della propria superiorità nei confronti di Alfonso.
Gli altri personaggi sono: il signor Maller, i colleghi di Alfonso (White, Miceni, Ballina, Sanneo…), Macario (il cugino di Annetta), il signor Lanucci, la signora Lanucci, Lucia (figlia dei Lanucci), Gustavo (figlio dei Lanucci) Francesca, Santo, la madre di Alfonso, e alcuni compaesani del protagonista.

TEMI

La figura dell’inetto
Un ruolo centrale nella narrativa di Svevo è occupato dalla figura dell’inetto. L’inetto si contrappone all’esteta, infatti si sente inadatto a vivere poiché non riesce ad aderire alla vita, non ha valori in cui credere, non ha scopi, non ha un ruolo nella società in cui riconoscersi, quindi non riesce a dare un senso alla propria vita. Inoltre l’inetto si sente malato di quella malattia che è il disagio del ‘900: l’incapacità di provare sentimenti, che provoca nell’uomo un intenso alone di tristezza e di infelicità. L’inetto quindi, è sempre un eroe sconfitto che potrebbe apparire al pubblico molto simile ai personaggi vinti rappresentati da Verga, ma esiste una notevole differenza: mentre la sconfitta dei vinti era da imputare esclusivamente all’ambiente, il fallimento dell’inetto è da ricondurre alla frattura venutasi a creare tra l’io e la realtà e all’interno dell’uomo con la scoperta dell’inconscio. Tutti i personaggi protagonisti dei romanzi di Svevo sono quindi degli inetti. Questa è la figura letteraria, il tipo di personaggio che viene consegnato alla letteratura del Novecento.
L’inetto è incapace di “vivere come gli altri” e di “fare come gli altri”, reagisce alla sua incapacità rifugiandosi alternativamente nell’alibi della propria superiorità intellettuale o nei sogni di una vita     improbabile, densa di azioni clamorose e di gesti eccezionali.
Alfonso prima si sente vivo perché seduce Annetta, poi ha paura di tuffarsi nella vita e si autoinganna e inganna gli altri con l’ipocrisia del sacrificio. Egli cioè maschera la decisione di scappare lontano dalle responsabilità e dalla lotta con la scusa di sacrificarsi per il bene di Annetta (è Annetta che gli chiede di allontanarsi; lui non vuole avere l’aria dell’arrampicatore sociale ecc.). Poi, saputo che Annetta sposerà un altro, Alfonso spera di passare dal ruolo scomodo di traditore a quello, gradito, di abbandonato (è il ruolo che più soddisfa il suo desiderio di autocommiserazione e di pietà altrui). Questo ruolo lo mette al riparo dai rischi dell’esistenza, giustifica la sua rinuncia e lo colloca in uno stato in cui egli si sente “felice, equilibrato, come un vecchio.”
E' subito evidente uno scarto dal romanzo naturalista, poiché le cause della sconfitta di Alfonso sono ricondotte da Svevo non a ragioni esterne, sociali, ma interiori, a un suo modo di essere. Alfonso è sconfitto da qualcosa che ha dentro, anteriore ad ogni suo incontro con gli altri.
Spesso ritorna, nei momenti chiave, una parola: "lotta". Alfonso non sa lottare, è un inetto. Un’altra tematica fondamentale dell’opera sveviana, strettamente legata al tema precedente, è la malattia; Svevo sostiene che i veri malati sono coloro che hanno delle certezze immodificabili su cui basano la propria esistenza e che non sanno analizzare se stessi, pertanto il confine fra sanità e malattia si assottiglia notevolmente, in un clima di malattia universale, in cui tutto è soggetto ad una generale degradazione, e questo atteggiamento è sintomo della crisi delle certezze che caratterizza l’inizio del ‘900.
Altre tematiche sveviane sono la morte e il suicidio, visti come una liberazione dalle sofferenze del mondo; Svevo parla anche di degenerazione, cioè vede ogni realtà della natura soggetta a crescita, decomposizione e morte, e di molteplicità dell’individuo, perché nelle sue opere mostra di essere cosciente della pluralità dei piani della psiche, dell’esistenza nell’individuo di aspetti di cui neanch’egli è pienamente cosciente, tutto ciò rende il soggetto “multisfaccettato”.
LA DONNA E L’AMORE
Una delle caratteristiche principali della figura dell’inetto è l’incapacità di provare sentimenti verso gli altri. I personaggi rappresentati da Svevo non riusciranno mai ad avere una relazione duratura, anche perché vogliono evitare quelle ovvie responsabilità derivanti da un matrimonio.  Per esempio, l’amore di Alfonso per Annetta in "Una vita" è semplicemente un’occasione per elevarsi da quella condizione di inferiorità a cui il protagonista deve sottostare fin dalla nascita.


ù I













venerdì 11 marzo 2011

Una novella di ambientazione siciliana


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In questa novella, Pirandello concentra la propria attenzione su Ciàula, un personaggio sfruttato e maltrattato, lui vittima di un ambiente sociale primitivo e ingiusto, dove chi è povero deve sottostare a un padrone che ha il «diritto» di trattarlo come una bestia. Se poi è anche «diverso» dagli altri come Ciàula, subisce quotidianamente soprusi e cattiverie persino dai suoi compagni di fatica. Ma è proprio la sua «diversità» a renderlo unico: un’innocenza assoluta che gli consente di provare la meraviglia senza limiti di un bambino davanti allo spettacolo della luna candida nel cielo notturno. Egli non l’aveva mai vista prima, perché usciva dalla miniera di zolfo, ubriaco di fatica, sempre a giorno fatto. Ma quando la Luna gli si rivela all’improvviso, bella come una dèa, per lei non può che provare una muta dolcissima adorazione.
La novella è divisa in tre momenti. Il primo si svolge in piena luce, all'esterno della cava e presenta la ribellione dei lavoratori, che non accettano di prestare lavoro straordinario; la scena è affollata dall'insieme dei picconieri che abbandonano rumorosamente la cava ignorando le minacce del soprastante Cacciagallina. Egli finisce quindi per costringere ad effettuare il lavoro l'unico lavoratore rimasto, il vecchio zi' Scarda, che a sua volta si impone sul suo caruso Ciaula, un povero scemo. In questa prima fase domina il discorso diretto, che sottolinea momenti di clamore e concitazione; la descrizione dell'ambiente è di tipo verista, sul modello verghiano, con uso preciso di termini tecnici (picconieri, soprastante), gergali e dialettali (calcara, calcherone, caruso) ed espressioni popolari e sintatticamente vicine al parlato.
Il secondo momento, una volta usciti di scena i picconieri, si svolge all'interno della cava ed è occupato dalla descrizione di zi' Scarda, del suo vizio della lagrima, del suo rapporto con Ciaula, di cui vengono fornite le notizie essenziali. In questa fase viene meno il discorso diretto e alla descrizione esterna dei personaggi si affiancano considerazioni di tipo psicologico, con adozione del punto di vista del personaggio.
Nel terzo momento, il più importante, il centro d'interesse è unicamente Ciaula, con la sua paura prima e il suo stupore poi, quando scopre la luna. La descrizione è di tipo interiore, psicologico, attraverso il punto di vista di Ciaula stesso; il movimento del protagonista procede dall'interno della cava, dal buio alla luce, dal basso in alto, sia in senso spaziale sia morale. L'impressione iniziale di descrizione verista cede completamente; l'interesse è tutto concentrato sullo stato d'animo del personaggio, solo con se stesso di fronte alla luna.

Pirandello, a differenza di Verga, si concentra maggiormente sull’analisi dell’interiorità dell’individuo e porta alla luce l’alienazione cui il protagonista è soggetto: Ciaula sembra non conoscere e non avere alcuna percezione del mondo al di fuori della cava. La sua vita e il suo io si esuriscono completamente nel lavoro e nella miniera; la sua umanità viene negata sia a livello individuale (egli non parla, emette solo il verso della cornacchia, da cui deriva il suo soprannome) che sociale (gli altri lo deridono perché inferiore e demente). Ciaula giunge alla scoperta di sé e del mondo solo con la visione epifanica della luna, che contrappone il mondo esterno a quello della cava e del lavoro, dove l’oscurità si rivela ora non più rassicurante, come il protagonista era portato a pensare dalla mera conoscenza di quella realtà, ma totale e soffocante.

Ciaula scopre la luna_seconda parte.mpg

lunedì 7 marzo 2011

 
 La vicenda di Gengè Moscarda inizia da un dettaglio.
I. Mia moglie e il mio naso.
«Che fai?» mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
«Niente,» le risposi, «mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.»
Mia moglie sorrise e disse:
«Credevo ti guardassi da che parte ti pende.»
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
«Mi pende? A me? Il naso?»
E mia moglie, placidamente:
«Ma sí, caro. Guàrdatelo bene: ti pende verso destra.»
Avevo ventotto anni e sempre hn allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m'era stato facile ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di sortire un corpo deforme: che cioè sia da sciocchi invanire per le proprie fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzí come un immeritato castigo.
Vide forse mia moglie molto piú addentro di me in quella mia stizza e aggiunse subito che, se riposavo nella certezza d'essere in tutto senza mende, me ne levassi pure, perché, come il naso mi pendeva verso destra, cosí...
«Che altro?»
Eh, altro! altro! Le mie sopracciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^ ^, le mie orecchie erano attaccate male, una piú sporgente dell'altra; e altri difetti......."
 L'ultimo romanzo di Pirandello, il romanzo "più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita" come affermò lo stesso autore. La filosofia pirandelliana trova qui il suo totale compimento attraverso il protagonista, il "pazzo" Vitangelo Moscarda, che assorbe in sé e supera tutti i personaggi presenti nelle opere precedenti dello scrittore siciliano. Moscarda, partendo dalla scoperta di avere il naso lievemente storto, si avventura in una serie di ricerche speculative ed esistenziali che lo porteranno prima alla rovina e poi alla successiva rinascita tramite l'autoesclusione dalla vita sociale e dalla visione comune degli uomini. La voce del narratore dà forma e concretezza vivente ad un monologo ricco di interrogazioni ed esclamazioni proprio come fosse un'opera teatrale ma in realtà si rivolge, al di là del palcoscenico, direttamente all'orecchio dell'ascoltatore e alla sua coscienza.
IL ROMANZO HA UNA DIVISIONE INTERNA?
Si, il romanzo presenta una divisione interna piuttosto articolata: si suddivide in otto libri che comprendono capitoli identificati, ciascuno con il proprio titolo. L’unità nominale dei loro argomenti e la significazione complessiva sono, in questo modo, garantiti. Ma se si guarda all’interno, il taglio e la misura dei singoli capitoli risultano sempre più rapidi e incisivi.
Il libro I è una sorta di preambolo necessario per lo sviluppo del romanzo intero. Il protagonista scopre infatti, grazie ad un’osservazione della moglie, che il naso gli pende verso destra, si rende così conto di non conoscere il suo stesso corpo, le cose che più intimamente gli appartenevano: il naso, le orecchie, le mani, le gambe.
Il libro II introduce un altro elemento di riflessione annunciato, ma non sviluppato nel precedente. Riguarda il soprannome impiegato da Dida per rivolgersi a Vitangelo: Gengè.
Su questo tono prosegue il terzo libro: continua il rifiuto del nome, questa volta tocca anche al cognome Moscarda. È chiamata in causa, poi, la storia della famiglia e la vita del padre, un banchiere che esercitava l’usura e della cui attività Vitangelo continua a godere.
Il libro IV parla della prima "pazzia" commessa dal protagonista: inizialmente sembra voler sfrattare uno scultore mancato ridotto in povertà, ma alla fine decide di donargli una casa sotto gli occhi di tutti, ma invece di ottenere riconoscenza, viene bollato come PAZZO.
Il libro V rincalza l’attenzione precedente di sottrarsi del tutto alla taccia di usuraio, ritirando nomi e soldi dalla banca gestita dagli amici. Siffatta decisione è maturata, però, soprattutto contro la moglie, sino al punto di afferrarla e sbatterla su una poltrona.
Il libro VI, che registra l’abbandono della casa da parte di Dida, un inutile dialogo tra Vitangelo e il suocero, la volontà del protagonista di laurearsi, dimostra l’impossibilità di liberarsi di Gengè.
Il libro VII contiene una sorta di intervallo romanzesco, dove Vitangelo è alle prese con un’amica della moglie: Anna Rosa, che gli rivela che i familiari vogliono interdirlo.
Il libro VIII conduce il protagonista là dove da tempo è diretto: un ospizio di mendiità, costruito per penitenza dei suoi peccati, dietro intervento ecclesiastico.

TIPOLOGIA TESTUALE?:
romanzo di carattere (filosofico - umoristico).
TRAMA:
Da uno specchio, superficie ambigua e inquietante, emerge un giorno per Vitangelo Moscarda, un volto di sé finora ignorato: un naso in pendenza verso destra. Questo avvenimento provoca in lui una profonda crisi che lo porta a scoprire che gli altri si fanno di lui un’immagine diversa da quella che egli si è creato di se stesso, scopre cioè di non essere "uno", come aveva creduto sino a quel momento, ma di essere "centomila", nel riflesso delle prospettive degli altri, e quindi "nessuno". Questa presa di coscienza fa saltare tutto il sistema di certezze e determina una crisi sconvolgente. Vitangelo ha orrore delle "forme" in cui lo chiudono gli altri e non vi si riconosce, ma anche orrore della solitudine in cui lo piomba lo scoprire di non essere "nessuno". Decide perciò di distruggere tutte le immagini che gli altri si fanno di lui, in particolare quella dell’usuraio" ( il padre infatti gli ha lasciato in eredità una banca), per cercare di essere "uno per tutti". Incomincia così a ribellarsi facendo cose che, agli occhi di chi gli sta attorno, appaiono incomprensibili. Ricorre così ad una serie di gesti folli, come regalare una casa a un vagabondo. Vuole vendere la banca di cui non si è mai occupato e che gli assicura una certa agiatezza economica, e quando rivela alla moglie e all’amico Quantorzo che vuole cancellare la nomea di usuraio, loro scoppiano a ridere senza ritegno. Così colpito nell’animo, già, fortemente contrastato, strattona la moglie ribellandosi a quella marionetta, di nome Gengè, di cui ella si era sempre compiaciuta. Le pazzie si intensificano: ferito gravemente da un’amica della moglie, colta da un raptus inspiegabile di follia, al fine di evitare lo scandalo cede tutti i suoi averi per fondare un ospizio per poveri, ed egli stesso vi si fa ricoverare, estraniandosi totalmente dalla vita sociale.
Proprio in questa scelta trova una sorta di guarigione dalle sue ossessioni, rinunciando definitivamente ad ogni identità e abbandonandosi pienamente al puro fluire della vita, rifiutandosi di fissarsi in alcuna "forma", rinascendo nuovo in ogni istante, vivendo tutto fuori di sé e identificandosi di volta in volta nelle cose che lo circondano, alberi, vento, nuvole. La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non più dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono di gioia nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di sole tra lo stridio delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e così alte sui campanili aeri. Pensare alla morte, pregare. C’è pure che ha ancora questo bisogni, e se ne fanno voce le campane. Io non l’ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma ogni cosa fuori.
TEMPO:
fabula e intreccio sostanzialmente coincidono perché gli avvenimenti seguono l’ordine cronologico. Bisogna, però, sottolineare il fatto che nella prima parte del romanzo non vi è racconto, ma solo l’arrovellarsi ossessivo del protagonista, monologante, sui temi dell’identità fittizia, dell’inconsistenza della persona. Solo nella seconda parte il filo di un intreccio comincia a dipanarsi, ma anche qui l’organicità del racconto, la concatenazione logica e coerente delle cause e degli effetti, salta: i gesti inconsulti del protagonista sono la negazione di una logica comune, sono coerenti solo all’interno della sua follia, e così pure il gesto di Anna Rosa, l’amica della moglie che spara a Vitangelo, resta del tutto gratuito, immotivata, inspiegabile.
Da sottolineare, inoltre, la presenza di alcune digressioni ( il racconto della casa del padre, le corse in carrozza da ragazzo ), incisi filosofici ( nuvole e vento, l’uccellino, campagna e città), nonché anticipazioni, mia moglie, che non era stata mai mia moglie, ma la moglie di colui, si ritrovò subito, inorridita, come in braccio a un estraneo, a uno sconosciuto; e dichiarò di non potermi più amare, di non poter più convivere con me neanche un minuto e scappò via.
Sissignori, come vedrete, scappò via.
Non viene esplicitamente indicato nel testo quando avvengono le vicende, ma è plausibile pensare che il romanzo sia ambientato nei primi anni del novecento, lo possiamo dedurre dalle descrizioni degli ambienti, dei personaggi e dalle professioni esercitate. Non si parla di avvenimenti storici di rilievo tali da farci dedurre il contesto storico del romanzo, che appare così in escono piano. Non sappiamo neppure quanto durano le vicende, presumibilmente qualche mese.
Il tempo della storia è sicuramente minore rispetto al tempo del racconto, non vi sono infatti sommari, ma solo pause, descrittive e dialogate, e analisi soprattutto filosofiche. Il ritmo è lento, in modo particolare nella prima parte del racconto.
Alla luce di quanto detto, emerge, in primo luogo, l’esiguità dei fatti, estremamente pochi e l’assenza di riferimenti temporali, questo perché per Piarandello non sono importanti gli avvenimenti quanto le considerazioni che si possono trarre. Lo stesso vale per l’aspetto temporale: l’autore ha tentato di creare un romanzo "fuori dal tempo" che potesse cioè adattarsi a qualsiasi epoca, in effetti gli argomenti trattati sono moderni, riguardano anche noi stessi, provocando in questo modo, un vero e proprio annullamento del tempo storico.
SPAZIO:
gli avvenimenti si svolgono nella nobile città di Richieri, inventata e che potrebbe rifarsi tanto ad Agrigento quanto a Palermo, e si articolano in ambienti sia interni che esterni: la casa del protagonista, la banca, le vie della città, la Badia Grande ecc. ecc. di questi luoghi l’autore ci fornisce particolari descrizioni: e pareva un lago la piazza con tutto quel brillio di stelle un allegro sprazzo di sole, e nella corsa, Dio che guazzabuglio di cose, la vasca, quel chiosco da giornali, il tram che infilava lo scambio e strideva spietatamente alla girata, quel cane che scappava…- Quella Badia, già castello feudale dei Chiaramonte, con quel portone basso tutto tarlato, e la vasta corte con la cisterna in mezzo, e quello scalone consunto, cupo e rintronante, che aveva il rigido delle grotte, e quel largo e lungo corridoio con tanti usci da una parte e dall’altra e i mattoni rossi del pavimento avvallato lustravano alla luce del finestrone in fondo aperto al silenzio del cielo, tante vicende di casi e di aspetti di vita aveva accolto in sé…
l’ambiente che prevale è cittadino, e la folla è importante perché alimenta le dicerie sulla pazzia di Vitangelo, che si sente continuamente osservato e giudicato da tutti come un usuraio. I luoghi sono presentati dal punto di vista del protagonista e nelle sue descrizioni prevalgono sostanzialmente elementi visivi.
PERSONAGGI:
il protagonista assoluto di questo romanzo è Vitangelo Moscarda, di lui l’autore ci offre anche una descrizione fisica in diversi punti della narrazione, e in particolare mentre analizza i suoi difetti fisici, avevo ventotto anni e sempre fino allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona- le mie sopracciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi ^ ^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell’altra; e altri difetti. Ancora più interessante è la descrizione che Vitangelo si fa guardandosi allo specchio, gli guardai i capelli rossigni; la fronte immobile, dura e pallida; quelle sopracciglia ad accento circonflesso; gli occhi verdastri, quasi forati qua e là nella cornea da macchioline giallognole; attoniti, senza sguardo; quel naso che pendeva verso destra, ma di bel taglio aquilino; i baffi rossicci che nascondevano la bocca; il mento solido, un po’ rilevato. Ma non credo che l’autore abbia voluto soffermarsi particolarmente sul ritratto fisico del protagonista anche perché nella descrizione emergono tratti irrilevanti dell’aspetto, anche se la "crisi" di Vitangelo scoppia con la presa di coscienza di un difetto fisico, di quali fatti volete parlare? Del fatto che io sono nato, anno tale, mese tale, giorno tale, nella nobile città di Richieri, nella casa in via tale, numero tale, del signor Tal dei Tali e dalla signora Tal dei Tali…alto di statura un metro e sessantotto; rosso di pelo, ecc.ecc ? è la sua mente che ci interessa e che viene accuratamente scrutata e vediamo che il protagonista si arrovella, perde il sonno pur di trovare una risposta ai suoi quesiti, per vedere in definitiva più chiaro. Non si limita a confessare di non sapere chi sia, ma afferma deliberatamente di non voler più essere nessuno, di rifiutare totalmente ogni identità individuale. Bisogna per Vitangelo vivere di attimo in attimo, in perenne mutazione, e ciò è una condizione esaltante, gioiosa. Ma per arrivare a questa conclusione ha dovuto affrontare la società e distruggere quelle immagini che la gente si era creata di lui, non mi sono più guardato in uno specchio, e non mi passa neppure per il capo che cosa sia avvenuto della mia faccia e di tutto il mio aspetto...nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri.
Spesso ho come avuto la sensazione che Vitangelo non fosse un vero personaggio, ma una sorta di voce della coscienza che ha il compito di redarguirci e di farci capire la realtà delle cose e, anche in quest’ambito, non risultano importanti le vicende in cui il protagonista è coinvolto quanto ciò che ci dice e ciò che vuole comunicare.
Gli altri personaggi che compaiono nel racconto possono essere così suddivisi:
quelli che lo considerano Gengè:
·         La moglie Dida, innamorata di quella marionetta che reputava sciocca, timida, quel suo Gengè esisteva, mentre io per lei non esistevo affatto, non ero mai esistito… quando il protagonista la strattona, incredula che quell’uomo possa essere il suo Gengè, lo abbandona. Vitangelo ne era comunque innamorato.
·         Il padre di Dida, molto curato, non pur nei panni, anche nell’acconciatura dei capelli e dei baffi fino all’ultimo pelo; biondo, biondo; e d’aspetto non dirò volgare, ma comune ad ogni modo. Anche per lui Vitangelo era uno stupidissimo uomo sempre soddisfatto di sé
·         Anna Rosa, un’amica di Dida, presente nella parte più romanzata del racconto, orfana di padre e di madre, abitava con una vecchia zia in quella casa che pare schiacciata dalle mura altissime della Badia Grande. Sembra pazza quando si ferisce incidentalmente e poi ferisce lo stesso Vitangelo.
Quelli che lo considerano usuraio:
·         Firbo e Quintorzo, gli amici fidati di Vitangelo così come li definisce lui, voluto bene da tutti quei consoci, da Quantorzo, come figliuolo, da Firbo, come un fratello, i quali tutti sapevano che con me era inutile parlare di affari e che bastava di tanto in tanto chiamarmi a firmare… infatti questi due soci del protagonista non avevano di lui alcuna considerazione, gestivano gli affari non curanti dell’opinione del padrone della banca: Vitangelo che di fatto era per tutti un usuraio. Quando Vitangelo assume un atteggiamenti inconsueto e commette delle "pazzie", i due cari amici del protagonista non si preoccupano di scoprirne la causa, ma si limitano a trovare la soluzione migliore per non vedere danneggiati i loro interessi. Risultano così infidi, privi di compassione, interessati solo al denaro.
·         La folla, le persone del paese non sono dei veri personaggi, ma sono importanti perché concorrono ad aumentare la crisi del protagonista, che si vede da tutti bollato come usuraio.
·         Monsignor Partanna, era stato eletto vescovo per istanze e mali uffici di potenti prelati a Roma. Don Antonio Sclepis, era un prete lungo e magro, quasi diafano, come se tutta l’aria e la luce dell’altura dove viveva lo avessero non solo scolorito ma anche rarefatto.
STILE:
il romanzo assume la forma del soliloquio, trasformabile o meno in un dialogo con un pubblico chiamato all’ascolto della voce narrante, e voluto presente, quasi come prima incarnazione di un pubblico di lettori. I quali a teatro ovviamente non esistono; ed anche nel romanzo dovrebbero per Pirandello, uscire dalla loro condizione passivi ed essere coinvolti da chi li provoca.
Per quanto riguarda la sintassi, Piandello fa di tutto perché il soliloquio di Vitangelo Moscarda perda il timbro di protesta e di denuncia in nome dei valori umani genericamente condivisi. Deve risuonare, piuttosto, come pronuncia di una voce singola, socialmente, e prima ancora familiarmente emarginata. Comunque Pirandello non si serve di toni accesi e disperati, come invece aveva fatto nel Fu Mattia Pascal. Frequenti sono le frasi esclamative nelle quali si esprime tutto il desiderio di fuga dal mondo e di annullamento della natura che anima Vitangelo Moscarda, un mio dunque che non era per me!, tutto quel corpo lì che per me era niente; eccolo: niente!
Il lessico è ricco di aggettivi, molte sono le affermazioni incidentali, le interrogative retoriche, forme verbali esortative o imperative, ma in attesa di che, lui? Di vedermi?no. egli poteva essere veduto, ma non vedermi,- la campagna! Che altra pace, eh? Vi sentite sciogliere. Si; ma se mi sapete dire dov’è? Dico la pace. No, non temete, non temete! Vi sembra propriamente che ci sia pace qua?. Comunque tutte queste modalità di parlare, in Uno nessuno e centomila progressivamente si allentano e si scaricano.
Interessante è il passo nel racconto in cui Pirandello arriva a chiedere scusa ai suoi lettori per gli ammiccamenti cui è costretto a ricorrere, non potendo sapere come loro appare in quel momento, scusatemi, tutti questi ammiccamenti; ma ho bisogno di ammiccare, d’ammiccare così perché, non potendo sapere come v’appaio in questo momento, tiro anche, con questi ammiccamenti, a indovinare.
Pirandello ha utilizzato un linguaggio originale, diretto, in grado di comunicare al lettore l’angoscia più o meno esplicita del personaggio senza filtri ipocriti e fuorvianti. Pirandello ha dato luogo ad uno sperimentalismo straordinario grazie ad un lessico raffinato e letterato, elementi dialettali e gergali, termini specialistici, espressioni trite e banali, il discorso indiretto libero e primo fra tutti il dialogo, usato con grandissima frequenza e segnalatore di una qualità scenica della scrittura pirandelliana che si manifesta anche con l’immediatezza visiva dei gesti e delle parole.
Ne risulta una lingua parlata, intessuta di movimenti, drammatica, che riflette la propensione di Pirandello perla scrittura teatrale: una scrittura che è il risultato di un sapiente impasto di parole, silenzi, gesti, espressioni e rapporti spaziali.
TEMI:
ALCUNE INFORMAZIONI SULLA FORMAZIONE DEL ROMANZO:
Uno, nessuno, centomila, l’ultimo romanzo di Pirandello, fu pubblicato a puntate sul settimanale "La fiera letteraria" nel 1926. L’idea del romanzo era già nella mente di Pirandello nel 1910, come si capisce dalla lettera a Botempelli. La previsione di Pirandello non si realizzò e il romanzo non comparve nel 1913. Un testo che anticipa la stampa del romanzo appare nel gennaio del 1915, il lavoro di scrittura procederà poi fra alti e bassi negli anni successivi: " sto ora ultimando un romanzo che avrebbe dovuto uscire prima di tutte le mie commedie. In questo romanzo c’è la sintesi completa di tutto ciò che ha fatto e la sorgente di quello che farò", questa una delle dichiarazioni di Pirandello. Il libro appare quasi ultimato nel 1922, ma vedrà la luce solo quattro anni più tardi.
Un lungo processo che abbraccia trasversalmente non solo la vita, ma l’opera stessa di Pirandello, in questo romanzo si ritrovano infatti le principali tematiche trattate dallo stesso:
1.      La presa di coscienza della prigionia delle "forme":
il problema dell’identità era già presente nel Fu Mattia Pascal e viene affrontato da Vitangelo Moscarda che parla in modo retrospettivo: il protagonista conclusosi un ciclo della sua vita, si volge indietro a rievocarlo. Dopo la scoperta che il naso gli pende da una parte egli, che non se ne era ami avveduto, scopre così che l’immagine che si è creato di sé non corrisponde a quella che gli altri hanno di lui. Si rende conto del fatto che esistono infiniti "Moscarda", l’uno diverso dall’altro, a seconda della visione delle tante persone che lo conoscono, in primo luogo la moglie. In lui nasce pertanto un vero orrore per la prigionia delle "forme" in cui gli altri lo costringono; ma scopre anche di non essere "nessuno" per sé, e questo genera in lui un’altra forma di orrore, un senso angoscioso di assoluta solitudine.
2.      La rivolta e la distruzione delle forme: la pazzia:
la pazzia è un modo caro agli eroi pirandelliani per scardinare il meccanismo delle forme, delle convezioni e degli istituti sociali che imprigionano la vita nel suo fluire. Viene quindi vista positivamente.
3.      Sconfitta e guarigione:
Moscarda ha cercato, con le sue follie, di ribellarsi al sistema ferreo delle convenzioni sociali, di scardinarlo, ma è rimasto sconfitto. E tuttavia proprio in questa sconfitta trova una

forma di guarigione dalle angosce che lo ossessionavano, alienarsi da se stessi, rifiutare il proprio nome, per abbandonarsi gioiosamente al fluire della vita, morendo ad ogni attimo e rinascendo nuovo e senza ricordi, per identificarsi con tutte le cose fuori.
4.      L’umorismo:
esso si basa sulla finzione, per cui l’individuo, per non essere emarginato dai suoi simili, deve ricorrere a continue menzogne e ipocrisie, deve insomma indossare una maschera che solo la riflessione umoristica permette di individuare e denunciare. La consapevolezza dell’inganno del vivere conduce inevitabilmente ad una rottura dei valori borghesi tradizionali e soprattutto a una visione lacerata e frammentaria della creatura umana e a nessuna identità profonda, che si rispecchia in un’arte disorganica e trasgressiva, deformata e critica.
5.      L’identificazione uomo - natura:
nella parte finale del racconto tra uomo e natura si crea un’identificazione profonda, quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola, quasi mistica, è proposta come modello per ogni uomo che sappia rompere il meccanismo delle convenzioni sociali.
6.      Lo specchio:
ma quando sta davanti allo specchio, nell’attimo che si rimira, lei non è più viva, perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita per vedersi. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un momento. La vita si muove di continuo e non può mai vedere veramente se stessa…lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive… non si può vivere davanti a uno specchio. Vitangelo si è reso conto che nessuno di noi può vedersi e anche se uno riuscisse a conoscersi, di fatto non potrebbe mai sapere che cosa pensano gli altri.



mercoledì 2 marzo 2011

martedì 1 marzo 2011

Il fu Mattia Pascal


Mattia Pascal, vive nell’immaginario paese ligure di Miragno, insieme alla madre e al fratello. Il padre ha lasciato loro in eredità una discreta fortuna consistente in case, terreni e vigneti. La giovane vedova, del tutto incapace di amministrare, affida però l’intero patrimonio a Batta Malagna, che avendo ricevuto in passato dal marito diversi favori ed essendo ricompensato lautamente per i suoi attuali servigi, avrebbe dovuto, secondo lei, amministrare onestamente. Batta Malagna invece, con il trascorrere degli anni, si impossessa di tutti i loro averi e costituisce la causa principale del declino della famiglia Pascal. I due fratelli Mattia e Roberto vivono allegri e liberi da ogni pensiero morale, religioso o scolastico e, una volta cresciuti, non si curano dei beni della famiglia, paghi di vivere senza apparenti problemi e in maniera agiata. Il Malagna ha avuto infatti la capacità di non fargli mancare nulla e di nascondere la voragine di debiti che presto li avrebbe fatti precipitare.
Costretto a sposare Romilda, da cui aspetta un bambino, Mattia si trova a convivere anche con la suocera vedova che lo disprezza e lo considera un inetto, un fannullone, un buono a nulla ricco soltanto di debiti. Da questo momento la vita di Mattia diventa un inferno. Ormai senza ricchezze, si trasferisce in una casa umile; la moglie perde la sua originaria bellezza e sembra non amarlo più; le due figlie muoiono una dopo l’altra a causa della loro gracilità. E muore anche l’adorata madre dopo aver sopportato i soprusi della suocera-strega la quale continua per il carattere di Mattia, ma soprattutto per la povertà di Mattia a odiare il genero e a rovinare la già precaria tranquillità della casa. Per la prima volta in vita sua il protagonista si ritrova a cercare lavoro, e grazie all’amico Pomino, ne trova uno come bibliotecario. Ma un giorno Mattia, angustiato dai dissidi coniugali e dai debiti, esasperato dalla noia e dalla inutilità del suo lavoro, decide di fuggire. Arriva a Montecarlo e grazie ad una serie di vincite fortunate si ritrova in tasca la somma di 82.000 lire. E’ quasi ricco! Decide di ritornare a casa per riscattare le sue proprietà e per godere di una rivincita sulla suocera; sogna finalmente una vita serena, un avvenire tranquillo al riparo della miseria. Ma proprio mentre questi pensieri occupano la sua mente, in treno durante il viaggio di ritorno a casa, legge su un giornale che a Miragno, nella roggia di un mulino, è stato ritrovato il cadavere di Mattia Pascal.
Legge e rilegge il trafiletto scritto in minutissimi caratteri e lo ripete tra se quasi sillabando, fermandosi ad ogni parola. Egli si sarebbe suicidato nella gora del molino alla Stia, una sua vecchia proprietà, a causa dei dissesti finanziari e dei lutti familiari. Ed era stato prontamente o forse frettolosamente riconosciuto dalla moglie disperata e dalla suocera. Dapprima sconvolto, comprende presto che può crearsi una nuova vita, una vita libera da ogni legame con il passato, senza problemi e senza responsabilità, proprio come quando era giovane. E’ ricco e non essendo più Mattia Pascal non ha più alcun creditore. Così con il nome di Adriano Meis comincia a viaggiare prima in Italia e poi all’estero, fino a che decide di stabilirsi a Roma, in un camera ammobiliata sul Tevere. Si innamora, ricambiato, di Adriana, dolce figlia del padrone di casa Anselmo Paleari. Mattia vorrebbe sposarla e ricominciare tutto da capo. Ma Adriano Meis non esiste, non ha una realtà sociale, non ha nessuno dei diritti che hanno i cittadini iscritti all’anagrafe. Non può acquistare nulla, non può denunciare un furto se derubato e tanto meno può contrarre matrimonio. Non può fare nessuna di quelle cose della vita quotidiana che necessitano di una identità. Capisce l’impossibilità di vivere fuori dalle leggi e dalle convenzioni che gli uomini si sono dati. La sua libertà è solo un’illusione. Scopre che fare il morto non è una bella professione. A Mattia non resta che farla finita anche con la nuova identità simulando il suicidio di Adriano Meis nelle acque del Tevere. Erano passati soltanto due anni dalla sua prima supposta morte. Eppure tante cose erano cambiate. La moglie Romilda era rimasta vedova ben poco. Si era infatti risposata proprio con il suo amico Pomino ed aveva avuto una bambina. Quanto era beffardo il destino… Lui, che aveva pensato di essere rinato e finalmente libero di fare ciò che desiderava, non aveva potuto vivere pienamente la sua nuova vita, ma era evidente che gli altri lo avevano fatto. Gli altri erano andati avanti anche senza di lui. Gli altri, a Miragno, avevano stentato a riconoscerlo e il suo ritorno non aveva, per lo meno inizialmente, causato lo scompiglio che si era immaginato. Mattia, ritornato con propositi di vendetta, ben presto li abbandona e lascia che la moglie e l’amico continuino a vivere il loro menage coniugale. A Mattia non resta che ritornare a fare il bibliotecario nell’umida chiesa sconsacrata e adibita a biblioteca comunale in un paese in cui nessuno legge e di andare di tanto in tanto a far visita alla propria tomba…

Mattia Pascal è il testimone esemplare dell’assurda condizione di uomo prigioniero delle “maschere sociali” di marito, di padre, di figlio, di fratello etc. che coprono la nostra vera identità. Esprime la sofferenza di quest’uomo, angosciato dall’impossibilità di sfuggire alle convenzioni e ai vincoli della società che sono una catena, un freno inibitore e che forse sono l’unico modo d’esistere. Fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete e tristi che siano per cui noi siamo noi… non è possibile vivere. Solitudine e sconfitta in una società creata dall’uomo, ma che non è a misura d’uomo. Pirandello in questo romanzo rappresenta tutta la crisi esistenziale e storica dell’uomo moderno. E questa rappresentazione, impregnata del contrasto tra realtà e illusione, consapevole dell’incapacità di essere totalmente artefici del proprio destino e del sopravvento del caso è inscenata con straordinaria semplicità in un misto di gioia e di sofferenza, di umorismo e amarezza, di comico e di tragico.

Narratore

La narrazione è condotta in prima persona; è Mattia Pascal, il protagonista, che raccontando ci fornisce il suo punto di vista interno con focalizzazione 0 (zero/onnisciente). L'onniscienza del narratore è dovuta dal fatto che lui racconta la sua storia a posteriori, quando questa è già successa; questo permette che al lettore vengano fornite anticipazioni degli avvenimenti che ne stimolano la curiosità.
Mattia Pascal scrive, su invito di don Eligio, la sua biografia sotto forma di diario, rivolgendosi direttamente al lettore, dialogando persino con lui.
L'ordine cronologico è regressivo, cioè lo scrittore ricorda fatti avvenuti in precedenza e va a ritroso nel tempo, salvo tornare al presente alla fine del racconto.
 

Tipologia testuale

Pubblicato nel 1904, in piena era Giolittiana, “Il Fu Mattia Pascal” è il primo romanzo italiano scritto in forma “autobiografica”, redatto cioè in prima persona, con la presentazione quindi di una visione esclusivamente soggettiva della vicenda, visione che nega la realtà se non colta con quella particolare percezione: la razionalità realista non esiste più, per ogni persona esiste, così, una visione personalissima della realtà. Tale situazione costringe il lettore ad una personificazione con il protagonista, ed al successivo sforzo di uscire da questo stato di “simbiosi”.
Il romanzo ha una struttura circolare, infatti inizia dalla conclusione, rivendicando la condizione particolare di Mattia Pascal, ritenuto morto, che assume una nuova identità, uccide fittiziamente anche quest’ultima, e quindi ritorna se stesso ma al di fuori della sua normale vita precedente, condizione di chi è fuori dal tempo e quindi fuori dalla vita (questo particolare tipologia di narrazione è estremamente innovativa).
 

Fabula e intreccio

Fabula e intreccio, ne "Il fu Mattia Pascal", non coincidono, se non nelle ultime pagine del romanzo. Il narratore, per il resto, racconta le vicende che gli sono  capitate a posteriori, dopo che queste si sono verificate.
 

Tempo

In tutta la vicenda mancano del tutto riferimenti cronologici precisi ed espliciti. Pirandello non ci dà date o altre precisazioni a riguardo. Dalle notizie che Mattia legge in treno su un giornale (Lessi che l'imperatore di Germania aveva ricevuto a Potsdam, a mezzodì; l'ambasciata marocchina e che al ricevimento aveva assistito anche il segretario di Stato, barone Richtofen. La missione presentata poi all'imperatrice, era stata trattenuta a colazione… Anche lo Zar e la Zarina avevano ricevuto a Peterhof una speciale missione tibetana, che aveva presentato alle LL. MM. I doni del Lama.) possiamo però capire che la vicenda si svolge tra la fine del ‘800 e gli inizi del ‘900. Sono riferimenti di fatti politici accaduti in Germania ed in Russia. Quindi per quanto riguarda la collocazione storica della vicenda, si limita a fare da semplice scenario: per Pirandello non sono fondamentali collocazioni spaziali e temporali precise, ciò che più conta sono i personaggi, i loro pensieri e le loro azioni. Così facendo la storia diventa assoluta perché la lezione di vita di Mattia è valida in ogni tempo ed in ogni luogo.

Durata
La narrazione dell'autore inizia dalla giovinezza di Mattia Pascal anche se in realtà il racconto vero e proprio ha la durata di due anni. Per quanto riguarda la durata dell’azione va considerato il tipo di narrazione utilizzato da Pirandello per la sua opera: è in prima persona attraverso il punto di vista di Mattia. L’intera vicenda è un enorme flashback, visto che Mattia racconta i fatti attraverso un diario su invito di don Eligio. Sono presenti anticipazioni che  preparano il lettore agli eventi successivi o che aumentano l’attesa dello svolgersi della vicenda. Perciò l’opera inizia con il Mattia maturo che ha già affrontato la vicenda ed in seguito viene ricordata tutto la sua vita: l ’infanzia, il matrimonio, la fuga dal paese verso Montecarlo, il lungo viaggio lungo l’Italia e la Germania, il soggiorno a Roma ed il ritorno a Mirano. La fine della storia si collega all’inizio dell’opera.
 

Spazio

L’incredibile avventura di Mattia-Adriano si svolge principalmente in due località e cioè a Miragno, il paesino ligure dove nasce Mattia ed a Roma, dove Adriano affitta una stanza ad una famiglia. Queste due località possono essere considerate le patrie delle due vite del personaggio. Dopo la scelta della libertà assoluta e della seconda vita Mattia viaggia moltissimo, visitando l’Italia e la Germania. Vengono citati paesi come Torino, Milano, Venezia, Firenze e poi ancora Montecarlo, Colonia, Worms e Magonza. Nonostante la molteplicità dei luoghi citati mai Pirandello si sofferma a descriverli, forse perché sarebbe inutile ai fini della storia interamente concentrata sulla molteplicità dei personaggi, sull’analisi dei caratteri e sulla maturazione di Mattia.

Tecniche narrative

Il romanzo "Il fu Mattia Pascal" è diviso in diciotto capitoli numerati e titolati più l'ulteriore Avvertenza sugli scrupoli della fantasia, esterno alla storia ma aggiunto dallo stesso Pirandello al suo romanzo qualche anno dopo la prima stesura per dimostrare come le vicende di Mattia Pascal, seppure straordinarie e quasi inspiegabili, possano realmente accadere.
La struttura narrativa de "Il fu Mattia Pascal" non è quella tradizionale dei romanzi in cui il protagonista racconta le proprie vicende. L'opera si apre con due premesse: la prima in cui ci viene presentato il protagonista-narratore e il suo strano caso; e la seconda, "filosofica", nella quale lo stesso autore ritiene necessario esporre la sua concezione a riguardo dell'uomo e della vita. Dopo le due premesse inizia una lunghissima analessi che qualche volta sarà interrotta da alcune anticipazioni dell'autore, spesso molto brevi.
Le sequenze narrative all'interno del romanzo, sono, assieme a quelle riflessive e dialogate le predominanti. Quelle riflessive portano spesso l'autore a vere e proprie considerazioni di carattere filosofico, mentre quelle dialogate sono caratterizzate per lo più dal discorso indiretto, da quello diretto libero e da monologhi interiori dello stesso io narrante. Proprio la presenza di sequenze dialogate e narrative fa sì che il ritmo della storia sia sempre veloce e incalzante.
Il tono usato da Pirandello per il suo romanzo è di tipo colloquiale, anche perché spesso è proprio lo stesso autore che interagisce col lettore; lo stile è chiaro, semplice e scorrevole.
 

Stile e lessico

La sintassi e il lessico de “Il fu Mattia Pascal” sono funzionali dal punto di vista della narrazione, che segue fedelmente i pensieri, i progetti, i ragionamenti del protagonista, dalla cui mediazione sono tra l'altro mediate le descrizioni di tutti gli altri personaggi. Di conseguenza, l'analisi dello stile è più o meno equivalente a quella del modo di ragionare di Mattia Pascal. Ad esempio possiamo notare che i pensieri di Mattia non sono mai eccessivamente articolati, ma seguono piuttosto la scia di sensazioni, impressioni, ricordi che sopraggiungono senza una logica precisa; del resto anche l'elaborazione di decisioni, quando non segue l'indole impetuosa, risponde ad esigenze pratiche e spesso inaspettate, per cui la risoluzione finale raramente è frutto di una ponderazione complessa e articolata. È proprio quando la meditazione si fa più prolungata, invece, che il protagonista tarda a trovare una via d'uscita.
Al di là di tutto ciò, comunque, bisogna dire che linearità e la sintesi sono caratteristiche intrinseche dello stile di Pirandello, insieme a quella colloquialità che semplifica le stesse riflessioni filosofiche, esemplificate e tradotte in immagini familiari.
In modo analogo, il lessico appare improntato alla quotidianità, pur essendo arricchito da quella coloritura di termini ed espressioni tipiche del parlato, oppure ottenuti con invenzioni talvolta bizzarre o con l'uso di diminutivi e accrescitivi. Questi contributi lessicali permettono allo stile di Pirandello di non essere monotono, e consentono al discorso ora di accelerare, ora di rallentare, ora di distendersi, ora di agitarsi, il tutto sempre in risposta allo stato d'animo del soggetto narrante.
 

Personaggi

L’opera pirandelliana è caratterizzata da una grande quantità di personaggi (almeno una trentina) tutti differenti tra loro e tutti con una diversa importanza nella vicenda. Se alcuni sono fondamentali, altri potrebbero essere considerati quasi superflui ma servono ugualmente a creare un piccolo e verosimile mondo, fatto di sfaccettature e di personaggi molto eterogenei tra loro, per rappresentare quanto più possibile il reale. Ogni personaggio viene presentato da Mattia in modi diversi ma la descrizione iniziale è minima, spesso senza un accenno di aspetto fisico. Il carattere del personaggio che entra in scena si presenta da sé, indirettamente, attraverso lo sviluppo della vicenda. Dalle sue azioni e dai dialoghi è possibile capire anche il suo modo di pensare. Infine si nota che alla fine della storia l’unico che veramente è cambiato e maturato rispetto alla condizione iniziale è il protagonista Mattia Pascal. Quindi tutti gli altri personaggi a parte lui hanno la funzione di cornice.

Mattia Pascal – Adriano Meis
Il protagonista dell’opera, che attraverso un enorme flash back ci racconta la sua vita singolare, nella quale ha potuto morire formalmente per ben due volte.
Mattia Pascal proviene da una famiglia benestante le cui finanze, però, sono venute a mancare con la morte del padre a causa della cattiva amministrazione del patrimonio da parte di Batta Malagna. Mattia non è particolarmente avvenente: ha un volto placido e stizzoso, è minuto, ha il naso molto piccolo, come il mento, del resto, ed è costretto a portare un paio di occhiali tondi per curare lo strabismo di uno dei suoi occhi; ma era pieno di salute, e questo gli bastava.  Si preoccupa del proprio aspetto solo durante la trasformazione Mattia-Adriano, per un fine preciso .Con l’operazione all’occhio capisce di amare di più sé stesso.
Tra il protagonista della vicenda e la madre c'è un ottimo rapporto di stima, rispetto e tenerezza. Tra Mattia e Roberto, il fratello, il rapporto è più di complicità.
Romilda, la moglie, non sembra essere molto importante per lui e l’unico suo grande amore è sicuramente Adriana, che con la sua dolcezza ha saputo conquistarlo in un momento di trasformazione morale.
Mattia, insieme al fratello Roberto è cresciuto senza preoccupazioni ed anche nelle situazioni più difficili assume un atteggiamento tranquillo e sarcastico. Si preoccupa della sua libertà, di avere meno problemi possibile e di divertirsi, almeno da giovane. La prima svolta che cerca di dare una svolta alla sua vita è il matrimonio con Romilda. Col matrimonio e la difficile condizione in casa inizia a sentirsi troppo legato alle cose materiali, ai soldi che non bastano mai e cerca una via di fuga, un ritorno alla vita semplice e divertente che ha potuto fare da piccolo.
Scappa all’insaputa di tutti a Montecarlo, per fuggire dai propri problemi e per stare da solo.
Alla roulette il destino e la fortuna gli offrono molti soldi che, insieme alla notizia incredibile della propria morte gli offrono l’occasione di abbandonare una vita fatta di problemi e di iniziarne una nuova, perfetta. Così diventa Adriano Meis, ma durante i suoi lunghi viaggi scopre quanto sia insignificante una vita senza legami, senza responsabilità ed affetti. Tutto questo lo spinge a tornare Mattia, ma ormai è troppo tardi. La sua scomparsa ha permesso alla famiglia ed alla moglie di sostituirlo, creando una nuova e sconosciuta armonia. Con la sua esperienza è maturato, cresciuto ed ha scoperto gli ideali a cui fare riferimento nella vita, ma non può avere una seconda possibilità. Ad un uomo come lui, vittima del destino e della sua volontà di cambiarlo, non rimane altro da fare se non commiserarsi davanti alla propria tomba, la tomba del fu Mattia Pascal.
 
La madre di Mattia Pascal
Mattia Pascal ha una vera e propria devozione nei riguardi della sua santa (cap. III) madre, il rapporto fra i due è di tenerezza e stima.
È molto pacata, placida, quasi infantile. Ha una voce e una risata nasale che sembra la faccia vergognare. È molto gracile e spesso malata dopo la morte del marito, anche se non si lamenta mai dei propri mali. Ciò che probabilmente più la preoccupa è la sorte dei due figli, rimasti praticamente senza nulla dopo la morte del padre e dopo che la stessa signora Pascal aveva lasciato tutte le sue ricchezze e proprietà sotto l'amministrazione di Batta Malagna, poiché inetta a questo genere di faccende: non è capace di gestire da sola la grande ricchezza lasciata dal marito e lascia l’intera amministrazione dei suoi affari e delle sue proprietà al Malagna. Non accorgendosi degli imbrogli fatti alle sue spalle può solo facilitare la sua rovina.
Quando Mattia si sposa con Romilda non riesce a sopportare la vicinanza della violenta e bisbetica vedova Pescatore e finisce con il diventarne una vittima. Fugge di casa con la sorella ma la morte la colpisce dopo poco, a causa degli affanni e dei feroci litigi subiti in precedenza.

Roberto Pascal
È il fratello maggiore di due anni di Mattia Pascal. Viene presentato inizialmente, quando il protagonista parla della sua infanzia. I due hanno un ottimo rapporto di complicità, soprattutto durante l'infanzia e la prima giovinezza. Sono due amici e insieme a Mino Gerolamo formano un gruppo inseparabile.
Berto, questo è il suo soprannome, al contrario di Mattia, è bello di volto e di corpo (cap. III), molto vanitoso e curato nell'aspetto. Da adolescente non combina tutti i guai sentimentali del fratello e lo ritroviamo verso la fine della vicenda un uomo maturo, serio ed abbastanza fortunato, capace di compensare il dissesto finanziario subito in gioventù: Grazie alla sua avvenenza riesce a contrarre un matrimonio felice con una giovane più ricca di lui e vive con lei e la famiglia di questa ad Oneglia.
 
Zia Scolastica
È la sorella del padre di Mattia, è completamente differente dalla sorella e Mattia se ne accorge fin da piccolo. Aveva molta più paura di lei che dei leggeri rimproveri della madre. Spesso apre gli occhi alla sorella su ciò che avviene attorno al lei ed è l’unica donna capace di vincere una lite contro la vedova Pescatore, perché ha un carattere ancora più forte e duro di lei e sicuramente più saggio.
Scolastica nutre davvero un grande rancore nei confronti dell'amministratore del patrimonio del fratello e vede come unica soluzione dello scempio che compie Malagna un nuovo matrimonio della cognata, semmai con Gerolamo Pomino, un suo vecchio corteggiatore. La madre di Mattia rifiuta però la proposta, Zia Scolastica così la accoglie nella sua casa per sottrarla alle angherie della consuocera e della nuora, e fa lo stesso col nipote Mattia tornato a Miragno dopo che per anni tutti lo credevano morto.

Batta Malagna
Il disonesto amministratore delle ricchezze della famiglia di Mattia. Approfittando della ingenuità e buona fede della moglie del defunto Pascal, riesce ed agire indisturbato ed a diventare a poco a poco molto ricco. Non ha rispetto per l’amico defunto e la sua famiglia, non si fa scrupoli a dirigere la sua attività in modo sbagliato, costringendo i Pascal a vendere una dopo l’altra tutte le loro proprietà, per poi acquistarle ad un prezzo stracciato e goderne i frutti. Mattia, cresciuto nella spensieratezza totale a causa della madre non se ne preoccupa e non si meraviglia una volta arrivata la povertà.
Aveva un viso lungo incorniciato da baffi melensi e pizzo; il pancione era languido (cap. I) che sembrava arrivasse fino a terra, le gambe corte e tozze: insomma, secondo Mattia, aveva il volto e il corpo che più non si addicevano ad un ladro come Malagna.
Questo personaggio sembra punito dal destino per le sue azioni disoneste: è continuamente afflitto perché non riesce ad avere un figlio. Anche in famiglia non si comporta in maniera corretta. La sua prima moglie era malata e non poteva bere vino a mangiare i cibi più gustosi. Ma lui non si cura di questo ed a tavola sembra provocarla, mangiando e bevendo con gusto ed in modo plateale ciò che per la moglie lì presente è veleno.
Si inserisce negativamente anche nella vita sentimentale di Mattia, come se averlo rovinato economicamente non fosse stato abbastanza. Una volta morta la prima moglie decide di sposarsi con la bella Oliva, rovinando il primo amore di Mattia. Infatti i due ragazzi si amavano e da lui Oliva aspettava un bambino. Ciò nonostante Malagna decide di accettare quel figlio di Mattia come suo. Così finalmente potrà diventare padre. Mattia su questo fatto ironizza arrivando a definire Malagna in un certo senso onesto. In fondo tutte le ricchezze accumulate da quell’amministratore a forza di rubare e truffare i Pascal sarebbero un giorno passate a suo figlio, così tutto sarebbe stato restituito. Mattia ama scherzare in questo modo sarcastico e pungente.
 
Marianna Dondi – vedova Pescatore
Madre di Romilda e cugina di Batta Malagna, è una vera strega secondo Mattia Pascal, cui cerca di impedire di mantenere una relazione con la figlia poiché lo ritiene uno sfaccendato e inetto. Nonostante preferisca la "candidatura" di Batta Malagna come marito della figlia, si arrende alla scelta di questa di sposare Mattia. Tuttavia non accetta la sua misera condizione di vita dovuta al matrimonio della figlia con Mattia, ormai poverissimo. Quindi fa di tutto per vendicarsi e, da brava suocera, è la causa principale dei litigi in casa Pascal, spesso troppo violenti. Il suo personaggio esprime sicuramente antipatia ed è divertente vedere il comportamento di Mattia nei suoi confronti, quanto poco venga considerata e rispettata.

Romilda Pescatori
È la figlia di Marianna Dondi; appare molto cortese e gentile nei confronti di Mattia quando si incontrano per la prima volta nella casa dove lei vive con la madre. Mattia Pascal si innamora subito di quegli occhi belli, di quel nasino, di quella bocca (cap. IV). Romilda, durante un incontro con il protagonista del romanzo giunge persino a pregarlo di fuggire con lei per potersi liberare della oppressiva presenza della madre. Il matrimonio tra i due viene imposto e nasce quasi per gioco. Infatti Mattia si era avvicinato a lei solo per conto dell’amico Pomino e per toglierla dalle grinfie del Malagna.
Ma presto l'atteggiamento della giovane cambia radicalmente: rimasta incinta di Mattia vuole che la paternità del figlio sia attribuita all'arricchito cugino della madre, Batta Malagna, ma quando quest'ultimo decide di tornare da Oliva, la moglie, rimasta a sua volta incinta (di Mattia), Romilda accetta di sposarsi con Pascal. I nove mesi della gravidanza sono vissuti dalla giovane in una maniera tremenda e riversa la sua sofferenza sul marito che stenta a sopportarla.
Soffre della condizione in casa Pascal, dei continui litigi e non può fare a meno di seguire le scelte della madre. E’ di carattere debole e tutto ciò si trasmette alla sua salute: perde la bellezza giovanile e i due figli che mette al mondo, essendo troppo gracili per sopravvivere, muoiono entrambi.
Quando Mattia Pascal torna a Miragno dopo anni di assenza, Romilda si è risposata con Mino Pomino e i due hanno avuto una bambina la cui purezza e innocenza convincono lo stesso Pascal a non fare rivendicazioni a proposito della madre.
Alla vista di Mattia sviene per l’emozione. Sembra trovarsi davvero bene col nuovo e ricco marito: è tornata ad essere la bella Romilda di gioventù ed il figlio di Pomino è nato sano e sta benissimo.
 
Adriana Paleari
È la figlia di Anselmo Paleari, proprietario della pensione di via Ripetta a Roma dove Mattia Pascal, sotto l'identità di Adriano Meis, alloggia durante il suo soggiorno nella capitale.
Quando il protagonista del romanzo vede per la prima volta Adriana ella gli appare tutta confusa, una signorinetta piccola piccola, bionda, pallida, dagli occhi cerulei, dolci, mesti, come tutto il volto (cap. X) e gli appare anche molto giovane. Veste di nero a causa della recente morte della sorella maggiore.
E’ una ragazza pura, gentile, educatissima, tenera e discreta ma allo stesso tempo è responsabile di sé stessa e di tutta la famiglia.
Adriana è molto religiosa: detesta la passione del padre Anselmo per ciò che è occulto e le sedute spiritiche cui partecipa soventemente; è sempre molto pacata e tranquilla in ogni occasione; solamente una volta durante il romanzo ha una reazione violenta, quando Mattia Pascal-Adriano Meis, scoperto il furto del denaro commesso dal cognato della stessa Adriana, le confessa di non voler denunciare il fatto. La reazione, così insolita per il suo carattere, è dovuta al fatto che Terenzio Papiano la vuole sposare per ottenere il denaro della sua dote, e il furto che questi compie ai danni di Mattia-Adriano sarebbe la maniera migliore per sbarazzarsi definitivamente dell'avido cognato.
 
Anselmo Paleari
Padre di Adriana, è il sessantenne proprietario della pensione di via Ripetta a Roma.
Quando Mattia lo incontra per la prima volta, nota il suo torso nudo roseo, ciccioso, senza un pelo (cap. X).
Paleari, agli occhi dello stesso protagonista del romanzo è un uomo completamente estraneo rispetto alla realtà che lo circonda a causa delle sue noiose riflessioni che espone continuamente al povero Pascal-Meis. Ormai non può più lavorare e tutta la sua vita è dedicata alla lettura, alla filosofia ed alle riflessioni sul suo tema preferito: l’occulto. L'occulto è l'argomento che più interessa ad Anselmo, che organizza spesso sedute spiritiche con lo scopo di richiamare le anime dei morti.

Terenzio Papiano
Era il marito della sorella di Adriana, morta senza avere avuto figli.
È un uomo sui quarant'anni, con occhi grigi, acuti e irrequieti (cap. XII) calvo, alto, robusto e con evidenti baffi brizzolati.
Papiano non ha scrupoli: dovendo restituire ad Anselmo Paleari la dote della moglie morta, cerca piuttosto di indurre Adriana a sposarlo in modo di non dover più consegnare al padre il denaro che gli doveva, e sfrutta l'aiuto di Silvia Caporale, un'altra ospite della pensione rimasta impoverita dopo avere affidato ogni suo avere allo stesso Papiano. Notando però l'interesse di Pascal-Meis per la giovane che ha preso di mira, Terenzio cerca di avvicinarlo a Pepita Pantogada, nipote del Marchese di Auletta presso cui lo stesso Papiano lavora come segretario, ma non riesce nel suo intento. Papiano, allora, con l'aiuto del fratello, sottrae a Mattia-Adriano una forte somma di denaro (dodicimila lire )come ricompensa del suo interessamento per Adriana.

La signorina caporale
Un personaggio minore, inquilina nella casa Paleari. E’ una donna brutta e zitella, che si consola con l’alcool della propria misera condizione. Ha avuto una volgare relazione con Terenzio ma è stata solo usata. E’ lei che suggerisce ad Adriano l’operazione all’occhio e nei suoi confronti diventa sempre più curiosa ed invadente. La compagnia e le chiacchierate con il curioso coinquilino la fanno innamorare ma il suo sentimento non verrà mai contraccambiato. Ha una grande complicità con Adriana, ma spesso finisce solo con fare arrabbiare o mettere in imbarazzo la giovane ragazza.
 
Pinzone
E’ il mediocre insegnante di Mattia e Roberto, capace solo di insegnamenti noiosi ed inutili. Spesso è complice dei due vispi ragazzi e li fa divertire invece di eseguire il suo dovere in cambio di un po’ di vino. E’ un personaggio buffo e subisce anche gli scherzi dei due bambini se li tradisce raccontando alla loro mamma le loro birbanterie.
E’ un personaggio di seconda importanza, con un carattere mediocre se paragonato a quello del protagonista. Amico di Mattia, appare per la prima volta nell’opera durante la gioventù del Pascal. Non ha problemi economici e nel paese ha diverse proprietà lasciate dal padre. Si innamora di Romilda e chiede al giovane Pascal di aiutarlo a conquistarla, vista la sua timidezza ed il carattere debole. Rimane deluso ed offeso quando capisce che l’amico, a forza di andare a trovare la ragazza se ne è innamorato, ma anche in seguito non dimostra mai apertamente il suo disprezzo. Anzi, è disposto ad aiutare Mattia quando cerca lavoro, gli offre del denaro ed è lui a trovargli il posto di bibliotecario. I n fondo è di indole buona ma risulta vittima degli altri, incapace di reagire.
Quando Mattia è creduto morto da tutto il paese di Miragno si sposa con la vedova Pascal e questo atteggiamento è visto da Mattia quasi un tradimento, soprattutto della moglie “vendutasi” a lui perché ricco, anche se in gioventù l’aveva disprezzato. La critica di Mattia fa nascere il dubbio Che Pomino non sia amata da Romilda, ma solo sfruttato per ottenere una vita agiata.
Alla vista di Mattia non sa proprio come reagire, non riuscendo a trovare una soluzione per evitare l’annullamento del suo matrimonio. E’ sollevato quando capisce che Mattia non vuole intromettersi nella sua nuova famiglia  ma la sua felicità e la stabilità della sua condizione non è dovuta alle sue azioni: è una conseguenza delle scelte coraggiose di Mattia.

I temi

"Il fu Mattia Pascal" presenta moltissime tematiche che possono essere oggetto di discussione ancora oggi dopo quasi un secolo dalla sua stesura.
La maschera
_E' estremizzato il bisogno dell'uomo di darsi una maschera per vivere in società, forma che oltre ad essere, secondo l'autore, necessaria è anche difficilmente sostituibile dato che l'individuo, o meglio la sua maschera, dal momento in cui nasce vanno a far parte di un gran meccanismo che non può rompersi e per questo, ognuno è costretto a recitare la sua parte senza neanche chiedersi il perché. Se in quest'immenso gioco si prova a “bluffare”, si è destinati a fallire e nel migliore dei casi bisogna tornare ad essere una delle tante pedine; l'unico modo per estraniarsene è non essere più utili per il proseguimento della partita, in altre parole o morire o impazzire, le sole condizioni in cui ci si può, forse, considerare liberi.
La maschera, così come l'appartenere ad un gruppo, il calarsi in una trappola è inteso come necessario perché l'uomo come singolo non ha alcun valore se non per se stesso, e nessuna possibilità di essere veramente libero di decidere arbitrariamente o quasi della propria esistenza.
La realtà è concepita unicamente come una formalità: non è tanto importante che una cosa sia vera ma basta che possa esserlo e si sfrutta ciò finché qualcuno non dimostra l'opposto; ad esempio nel racconto, a nessuno importa se Mattia sia morto veramente, l'importante è che lui non torni (potrebbe anche essere morto davvero o no è uguale!) in modo che il nuovo matrimonio di Romilda non desti scandali, e quando lui torna, nessuno si meraviglia perché a questo punto che lui sia morto davvero o no non è più importante, dato che ha deciso di non riprendersi la moglie. Adesso potrebbe anche morire veramente che sicuramente nessuno lo farebbe scrivere su un giornale dato che tutte le apparenze sono salve ed il grande mosaico della vita sociale non subirebbe contraccolpi. 
 
L’identità e la morte
La prima frase : ”Una delle poche cose, anzi forse la sola che io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal” e l'ultima: “Io sono il fu Mattia Pascal” del romanzo affrontano il tema dell'identità, molto presente all'interno di tutta la narrazione, durante la quale vengono prese in esame via via altre tematiche; tra queste la morte (dopo la mia terza, ultima e definitiva morte) che non solo riguarda quella molteplice di Mattia Pascal, ma anche quella del padre, della madre e delle figlie dello stesso protagonista, ma anche quella del pallidissimo giovane suicidatosi dopo avere perso tutto ciò che aveva al Casinò di Montecarlo. La morte pone fine ad inutili vite in cui ognuno si affatica a raggiungere obiettivi tutto sommato inutili e per i quali lo ricorderanno a malapena i suoi cari, se mai ne ha avuti.

L’amore
Anche l'amore è visto come sentimento assurdo, infatti, Mattia non comprende a cosa sia dovuto e a quale scopo Pomino abbia per Romilda un tale sentimento, ed anche il suo rapporto con Adriana, è vissuto dal protagonista in chiave molto egoistica e personale. 

Il gioco e la fortuna
Il gioco (Non seppi, o meglio, non potei arrestarmi a tempo) è un altro dei temi del romanzo che va associato anche quello della fortuna (Non ebbi più né modo né tempo di stupirmi allora del favore, più favoloso che straordinario, della fortuna). 
 
La solitudine
Altra importante tematica del romanzo è la solitudine (mi trovai qui solo, mangiato dalla noia). Due difetti, uno fisico e uno di carattere più manuale, amministrativo, che Mattia Pascal pone molto spesso in rilievo sono il suo strabismo (un occhio, il quale, non so perché, tendeva a guardare per conto suo, altrove) e la sua incapacità (ero inetto a tutto). È proprio il suo occhio strabico che gli permette di seguire, come uno spettatore, il suo "lasciarsi vivere"; questo difetto fisico, dopo un'operazione, viene eliminato a Roma, e proprio da quel momento, Pascal, riesce a mettere un po' di ordine nella sua esistenza iniziando a chiarire la realtà della vita che lo circonda, dato che, non ne è più uno spettatore, eliminato l'occhio strabico. Altra caratteristica di Mattia Pascal è il suo continuo peregrinare (seguitai ancora per qualche tempo a viaggiare), egli viaggia per sfuggire da una realtà che non gli appare bene definita, chiara, e quindi lo spaventa.
 

Il messaggio dell’autore

Pirandello con la sua opera ha cercato di ottenere qualcosa di assolutamente nuovo e di difficile realizzazione. In fondo, visti i dialoghi e le riflessioni presenti nell’opera, l’autore è sia un filosofo che un comico allo stesso tempo e da questa strana fusione nasce qualcosa di unico.
La voluta assenza di descrizioni temporali e spaziali permette di concentrare la visione del lettore proprio su una vicenda caratterizzata da un ritmo continuo, da prendere come esempio e lezione di vita. La storia di Mattia è completamente basata su un fatto incredibile, ma non impossibile.
E qui sta il succo della novità pirandelliana: gli eventi narrati possono sembrare addirittura eccezionali ed impossibili ma non lo sono. Fatti e personaggi non sono opera di un'invenzione, basata sulla fantasia dell’autore, ma rappresentano la realtà più strana ed inaspettata. Pirandello realizza un mondo non irreale e nemmeno reale, visto che in fondo è sempre una opera scritta. La sua vicenda, i  fatti, i dialoghi ed i personaggi sono perciò verosimili, capaci di diventare una realtà.
Nella prima premessa alla vicenda Pirandello inserisce una critica contro Copernico, che con la sua scoperta ha sconvolto il modo di pensare dell’uomo. La terra non è al centro dell’universo e gli uomini solo una infinitesimale parte di esso. Perciò ogni gloria o sopravvalutazione risulta vana.
La storia di Mattia ha anche un importante e pessimistico retroscena: in soli due anni tutti gli abitanti di Miragno lo dimenticano, la famiglia non sembra disperarsi della sua morte e la moglie si risposa sostituendolo con uomo più ricco. Anche se la sua morte è stata una finta, Mattia ha perso tutto e non può sperare di riottenerlo. La nostra società dimentica presto, sostituisce chi è scomparso e va avanti.
L’opera di Pirandello può essere considerata una lunga favola che attraverso una storia, una moltitudine di personaggi vuole trasmettere al lettore una morale. L’uomo non può lottare contro la propria sorte, anche se tristemente avversa e nemmeno crearsela con le proprie mani come fa Mattia Pascal diventando Adriano Meis. Siamo tutti delle marionette con una maschera, pronti ad adattarci alla varietà enorme di situazioni che ci coinvolgono.