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venerdì 17 novembre 2017

Jolanda Insana, voce poetica italiana, aulica e dialettale, sempre fuori dal coro




https://poetarumsilva.com/2017/11/16/maria-allo-jolanda-insana/
https://paoloottavianisweblog.wordpress.com/2017/11/16/maria-allo-su-jolanda-insana/
http://www.900letterario.it/poesia/jolanda-insana-voce-poetica-epigrammatica/

La vita e la morte allato vanno”: la poesia di Jolanda Insana come infinita Sciarra amara

L’anno 1977 segna l’esordio tardivo nella poesia della quarantenne Jolanda Insana, quando un gruppo di testi di Sciarra amara è presentato in un quaderno collettivo della casa editrice Guanda, diretta da Giovanni Raboni, poeta e militante nella critica in primis letteraria, ma anche teatrale e cinematografica che, sbalordito alle schioppettate linguistiche della “Pupara”, così scrive: «[…] dietro o al di là della beffa, dietro o al di là dell’acuto, atroce sarcasmo, è in ogni caso, e senza scherzi, questione di vita o di morte: ed è questo, certo, a far circolare nella poesia della Insana, nel suo personalissimo impasto di sostenutezza aulica e gesticolante allegria dialettale, nel suo epigrammismo che, per naturale paradosso tende a farsi voce ininterrotta, declamazione, poema, una vena di minacciosa, rabbrividente cupezza.» Jolanda Insana è voce poetica italiana fuori dal coro. Sciarra è termine siciliano che viene dall’arabo šarra e insieme letterario che significa rissa, «conflictus tra la vita e la morte».
 “io infuoco la posta / in questo gioco che mi/ strazia / e punto forte sulla carta”
Impasto verbale di lingua italiana, dunque, e dialetto siciliano, a tratti duro, per scardinare il conformismo dell'Italia degli anni Settanta e la mancanza di senso. Insana dice che la parola è voce della carne e la poesia è medicina carnale, così dai dettagli di un particolare stonato, “picciùsu”, cerca di far sprigionare un senso che vada al di là della superficie, una grande occasione di vedere il male e di non arrenderci a esso. Per questo Raboni, ha potuto parlare della «concretezza visionaria» di una voce che, prendendo le distanze dalla massa, riesce a cogliere le storture dell’esistenza e denunciarle. Da questo punto di vista il plurilinguismo di Jolanda Insana e i testi delle sue raccolte poetiche, caratterizzati da un vero e proprio “bombardamento” lessicale con termini letterari, insieme a voci dialettali e neologismi, hanno una cifra inconfondibile che si riconosce non solo nella concretezza ma anche nella continuità con la tradizione, che la spinge in direzione della nostra povera, martoriata, meravigliosa lingua italiana. La ricerca poetica di Jolanda Insana è lazzariata dall’esperienza nella sua infanzia della seconda guerra mondiale, dai bombardamenti delle forze alleate e dalla miseria.
Del resto caratteristica dell’autrice è la capacità di far risorgere; in questa forza risiede la specificità della letteratura, per noi, esperienze lontane e concluse, così nel componimento Il bombardamento: «non c’è cautela che basti contro la paura/ a tre anni quando si apre la prima voragine/ e sotto i bombardamenti si perde terra e acqua/ temo però che quello non fu l’ultimo avviso/ mandato dal padrone// nessuno conoscerà che male fu/ avere offeso l’udito.» Poesia sperimentale, dunque, impegnata nei contenuti e non, di quelle che nelle strutture espressive e nella “lingua ‘strana’, eppure così familiare ai siciliani, sa incidere sulla realtà concreta, attraverso un instancabile labor limae nel quale lo studio dei classici latini e greci ha svolto un ruolo di primaria importanza. Ecco la novità: il suo linguaggio poetico deve molto al pensiero greco, ellenistico e al romanesimo, al costante e vario vaglio filologico su testi di Euripide, Alceo, Anacreonte, Ipponatte, Callimaco, Plauto, Lucrezio, Marziale fino ad Andrea Cappellano. Così la sua ricerca, lungi dal costituire il momento culminante di un’unica vittoriosa tradizione, rappresenta l’aperto crocevia da cui non possono non transitare i filoni più avanzati della ricerca poetica del nostro secolo. Cosa ci dice tutto questo? Che è cambiato radicalmente il nostro modo di dare significato alla vita rispetto al passato, non c’è un senso già dato e comune per tutti, il significato della vita va invece costruito, da ciascuno in modo diverso. Per lei era importante la parola a tratti aggressiva sulla soglia dell’ambiguità scorticata da un continuo allarme e frana del senso. “Sono fortunato/ se riesco a muovere la mandibola in avanti”, si confessa la Voce mentre prova se stessa in ogni ampiezza e falsetto, incrociando la crescente fragilità con la malattia da cui è avvolta ogni altra apparenza fuori da sé, natura o nazione o mondo. A cominciare dai “vecchi padri/ incarogniti e ubriachi di viagra”, o dalle “fragole giganti/ alberi metà pino e metà abete nati dopo Cernobyl”. È chiaro che simili sperimentazioni come musiche strimpellate o termini danteschi, cuticagna o incantamento, o ancora colpanza, fallenza, oblianza, perdenzia, assieme alla creazione di verbi parasintetici a prefisso in-, in-, ancora una volta di ispirazione dantesca (impoesiarsi, inserpentarsi), disorientano il lettore perché rendono problematico qualsiasi tentativo di traduzione, ma il linguaggio di Jolanda Insana contaminato da un dialetto a tratti duro dirompe e richiama l’espressionismo dantesco tra  antinomie, giochi di parole, balbettii e borbottii, onomatopee, deformazioni verbali che dolorosamente e provocatoriamente ruggiscono come fendenti fonici dentro le viscere della lingua che sconvolge e non si piega. Eppure i ricordi sono compresi solo attraverso simili “resurrezioni”, emozioni materiche che ne La tagliola dell’amore sostituiscono la spietatezza dello sguardo a una certa elegiaca apertura che indugia nella tensione quasi biologica del sentimento. “Oggi posso fare qualcosa io che sono vinta/ e non voglio rivincite e sacrifici”.
Visionaria della ribellione e dello sdegno, voce selvaggia in grado di interpretare la lotta umana e di ammonire chi opprime e soffoca ogni moto di carità e solidarietà, Jolanda fu eretica e mistica, voce coerente nella dicotomia tra corpo e spirito “non lo amo ma non è una ragione per distruggerlo/ questo mio corpo incoerente mai sazio né beato/ e dunque lo allevo e lo tutelo come madre/ e lo rattoppo e strappo alle grinfie della figlia”.
 Un “impasto personalissimo di sostenutezza aulica e gesticolante allegria dialettale” in cui la Sicilia affiora costantemente come il biancomangiare e nessuno come Jolanda Insana ha saputo dare voce alla saggezza amara della Sicilia attraverso l’evocazione della madre ne La tagliola del disamore (2005).
Nata nel 1937, originaria di Monforte, laureata in Lettere classiche a Messina con una tesi sull’opera in frammenti di Erinna (una poetessa greca amica di Saffo), trasferitasi nel 1968 a Roma, l’Insana è stata, oltre che studiosa, anche insegnante che odiava adulazione e servilismo con una profondità fortemente sapienziale, priva di mediazioni, che non sarebbe dispiaciuta a Rimbaud o a Campana. Certo, gli apprezzamenti non le sono mancati, infatti nel 2002 per La Stortura le è stato anche assegnato il premio Viareggio. Cospicua dunque la produzione di Jolanda Insana, dagli esordi di Sciarra amara (1977) e Fendenti fonici (1982) si arriva a La stortura (2002), libro fondamentale per l’espressione poetica femminile, oggi un universo rispetto al quale la critica fatica, per molti aspetti, a posizionarsi. È un dato obiettivo, per esempio, che il numero delle poetesse sia di gran lunga inferiore a quello degli uomini, fatto che si spiega facilmente con la condizione di esclusione nei confronti della cultura a cui le donne siano state condannate per secoli. Infatti mai come in quest’opera si è posto l’accento sull’immensa difficoltà incontrata dalla parola nel pronunciare: «non c’è altra parola che la semplice parola/ ma s’infinse di non sentire/ e mi lasciò con le braccia aperte/ credendosi il padrone che s’abbuffa di libertà/ e sputa servi incatenati/ sono qui e non sono ammutolita e sciacquo il tempo/ per acquistare tempo/ commisurando le proposte sgradevoli/ all’incanto sottile delle sete» (p. 361); e ancora: «non ho accesso alla parola/ e quando con fatica dico fame/ faccio vento e non posso masticare// è un’ossessione la bocca/ poi che si mangia i denti e fa sputazza» (p. 418). La terra, e cioè l’umanità, ha bisogno di individuare valori solidi che diano un fondamento, anche di tipo religioso, alla vita, agli uomini e al loro bisogno di significato. Ma dal cielo non viene nessuna parola che soddisfi tale bisogno. L’uomo resta nella solitudine tragica della sua condizione, caratterizzata, nel contempo, dal bisogno di significati certi e dall’impossibilità di una risposta a questa esigenza. Questo bisogno di dire la realtà e questo senso di esilio si avvicinano in una ricerca che non ammette consolazioni, come ricorda la stessa Jolanda Insana:
«Forse è vero che quanto più si vive la mancanza di qualcosa tanto più si diventa onnivori, quanto più si sa tanto più si sa di non sapere, quanto più si sta in esilio si brama di un rimpatrio, e dunque quanto più si avverte l'inadeguatezza dei linguaggi tanto più ossessiva si fa la ricerca di tutti i possibili linguaggi per dare voce al pensiero, all'emozione, alla verità della vita, alla sua parte oscura, alla sua parte luminosa.»
Messina negli ultimi anni l’aveva conosciuta. Ma “dominnidìu su Jolanda non si è scritto ancora troppo per la verità.
Maria Allo

Poesie tratte “Jolanda Insana – Tutte le poesie (1977-2006)”

Camoliato madapolàm

1
la vita e la morte allato vano
transeunti per lo stesso porticato
comincia dolcechiaro finisce amaroscuro

2
non toccare la berretta al tignoso
non tutto è fatto per parere
bello
se sputi all’aria
è meglio che tu cammini
con l’ombrello

3
fuggire è vergogna
ma anche salvamento
vita con vita non si mangia
guai al minchione che non ha
potere
potendo il poco basta
carne cotta e cruda
l’assai soverchia
e troppe grazie a santantònio

4
quanto fiato perde
chi andando per la vita
chiama la morte e dice
accuccia-accuccia

5
i piedi reggono esattamente
quanto ioho
lèvati
non mi fare il solletico

6
ma chi comanda qua
mannàggia
non sono padrona
di niente
maco gli occhi per piangere

7
com’è camoliato
il madapolàm della vita
lo sa la falsabrigante
e nulla può naftalina

8
vita bella e affatturata
non avea catene al collo
né debito di coscienza
dopo la sua porcapedata
non sa più spendersi
con chi le pare e piace

9
meschina vita
si difende a mozziconi
chi muore riempie la sua fossa

per quanta vita sali
tanta ne discendi

Prof.ssa Maria Allo


Fonti

1.         Jolanda Insana, Tutte le poesie 1977-2006, Garzanti, Milano 2007.
2.         Carmen Micalizzi, “L’italiano regionale della Sicilia” Tesi di Laurea - A.A. 2002-2003
3.         Maria Antonietta Grignani, Il martòrio e altro, in Dario Tomasello, Nessuno torna alla sua dimora, Messina, Sicania, 2009, pp. 33-53.
4.         Ambra Zorat, La poesia femminile italiana dagli anni Settanta a oggi. Percorsi di analisi testuale,
            Tesi      di dottorato, Université Paris IV Sorbonne – Università degli Studi di Trieste, 2009.
5.         Jolanda Insana, Turbativa d'incanto, Garzanti Libri. Collana: Collezione di poesia, Milano 2012
6.         Itinerari siciliani  a cura della Biblioteca Regionale Universitaria di Messina  
7.         La letteratura e noi di Romano Luperini ed. Palumbo , Dal Novecento a oggi  “La voce delle


             donne”

venerdì 15 settembre 2017

‘Fuochi’, o degli specchi di Marguerite Yourcenar: una felice fusione tra moderno e miti classici




SU  '900 LETTERARIO


Prof.ssa Maria Allo 

«Spero che questo libro non venga mai letto» è l’incipit di uno dei testi più intensi e famosi di Marguerite Yourcenar, Feux- Fuochi. Un libro che l’autrice francese non avrebbe mai voluto far leggere per i contenuti personali, una vera e proprio ricerca dell’anima umana messa al rogo da un amore non ricambiato, una crisi passionale della trentaduenne Marguerite, innamorata perdutamente del suo editore, André Fraigneau, che, a sua volta è innamorato di altri uomini. Ed è così che l’autrice inizia a comporre collages come in uno stato ditrance, e sotto la spinta di una visione interiore attinge al mito, approccio all’assoluto.
Infatti al centro di Fuochi, una raccolta di prose liriche scritte nel 1935, si susseguono una serie di ritratti interiori, come riflesso di una violenta esperienza d’amore da Fedra a Saffo, riproposti alla maniera del grande Racine . E’ un libro indelebile e leggerlo significa attraversare e farsi attraversare dall’amore: “Amare a occhi chiusi significa amare come un cieco. Amare a occhi aperti forse significa amare come un folle: accettare a fondo perduto. Io ti amo come una folle”.
Viene ripresa dunque la storia di Fedra, figlia di Pasifae e Minosse, moglie di Teseo re e fondatore di Atene, che presa da amore travolgente per il figliastro, perde sé e lui. In questa tragedia Fedra rivelava senza ritegno il suo amore al figliastro il quale inorridito si copriva il capo.“Dinanzi alla freddezza d’Ippolito imita il sole quando urta un cristallo: si trasforma in mostro. Non abita più il suo corpo se non come il suo stesso inferno….”

Yourcenar e Fedra, o della disperazione

L’amore incestuoso e non corrisposto, impossibile da realizzare condurrà Fedra inevitabilmente a un dolore atroce che consuma l’anima fino a culminare nella morte. Nella tragedia raciniana il dolore di Fedra diviene fragilità nevrotica, del tutto incapace di emergere dal disordine della regressione. Racine critica Seneca perché troppo severo nel giudicare così empia la colpa di Fedra: “elle n’est pas tout coupable”. Anche la Yourcenar sosterrà che “come ogni vittima, è stato lui il suo boia”. Fedra non ha che da accusare se stessa per aver fabbricato tutto ciò che ama di Ippolito e la stessa odiata Aricia. “È per causa di lui che lei è morta; è per causa di che lui non ha vissuto. Lui non le deve che la morte; lei gli deve i soprassalti di un’inestinguibile agonia”. Nella prefazione della raccolta l’autrice stessa precisa che, da un lato, ha voluto esprimere l’ardore delle sue emozioni, dall’altro, ha avuto l’occhio attento alla realtà contemporanea e attraverso quello specchio deformante ha letto le antiche storie. Così in Saffo viene ripreso e assunto nella contemporaneità il mondo della poetessa, la cui descrizione dei sintomi della passione amorosa ebbe forte influenza per più di un millennio: “Ecco che Amore di nuovo/ mi dà tormento;/ Amore che scioglie le membra,/ Amore dolce e amaro,/ fiera sottile e invincibile…(”Trad. di M. Valgimigli)
Ecco che nell’invenzione letteraria della Yourcenar, Saffo assume le sembianze di un’artista del Circo, “un’acrobata alle prese con le bestie del circo che se la divorano con gli occhi…”. Antico e moderno si fondono quindi, si conservano e ci accompagnano anche nello spazio, come una via in cui si sono dischiuse tutte le operazioni successive. Appunto per questo “se l’umanità è destinata a sopravvivere, la civiltà di domani, come lo fu quella di ieri, sarà evidentemente costruita nel solco tracciato in gran parte dalla Grecia”.
Clitennestra attinge alla tragedia greca Orestea. In Aulide era stato imposto ad Agamennone il tremendo dovere di sacrificare la figlia Ifigenia per placare la collera di Artemide e calmare i venti contrari. Agamennone fa la sua scelta , sacrifica la figlia e permette alla sua spedizione di partire. Nella moglie però fa divampare la fiamma dell’odio che spinge la donna nelle braccia di Egisto e la induce a uccidere il marito. La Clitennestra della Yourcenar si ritrova a dover spiegare le motivazioni del suo atto in un tribunale dei nostri giorni. Una serva e un padrone si sposano. Il padrone deve conquistare il mondo e va in guerra. La serva aspetta il suo ritorno. Il padrone ritorna. La serva uccide il suo padrone. L’uomo ritorna.
Fuochi dunque è traversamento dell’Ade che non esclude la verticalità nella visione creatrice con ineludibile tensione verso il nuovo. L’autrice per compensare un vuoto troppo doloroso e per lenire la ferita dell’abbandono ha dato corpo ai personaggi della leggenda greca elevati ad archetipi eterni con l’obiettivo di una ricomposizione poetica nel Tutto, dunque frammentazione e integrazione si configurano come momenti di ascesa.

Maria Maddalena o della salvezza

Maria Maddalena o delle salvezza è la versione della Yourcenar di Maria di Magdala , una donna che non riesce a concepire al di là della carne e del sangue “Ho dovuto amarti per capire che la peggiore e la più mediocre delle persone umane è degna di ispirare lassù l’eterno sacrificio di Dio…Dio non mi ha salvata né dalla morte, né dai mali, né dal delitto, poiché è grazie ad essi che ci si mette in salvo. Mi ha salvata dalla felicità”.
Come si legge nei Dialoghi con Leucò di Pavese,“[…] Siamo convinti che il mito è un linguaggio, un mezzo espressivo, un vivaio di simboli […] La poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere”. Nei dialoghetti gli uomini vorrebbero le qualità divine; gli dei le umane. Non conta la molteplicità degli dei – è un colloquio tra il divino e l’ umano”. Dunque la funzione del mito è quella di rafforzare la tradizione e di darle maggiore valore e prestigio connettendola alla più alta, migliore e più soprannaturale realtà degli eventi iniziali come dice Bromslaw Malinowski.
In Fuochi i racconti tratti dalla leggenda e dalla storia dunque sono destinati a offrire un sostegno alla giovane donna, innamorata di un uomo che non è attratto dal suo corpo, quel corpo vivo e vero senza più trascendenza. Ed è per questo che l’anima di Marguerite che, solo nell’amore può sussistere, scrutandosi davanti allo specchio, passa dalla condizione di colei che scruta per cercare la propria immagine vera , i suoi confini e la sua storia a scrutare e tracciare storie che trascendono la sua personale e divenire un paradigma conoscitivo imprevedibile e complesso. La Yourcenar rielabora così e tesse monologhi preziosissimi della classicità , confessioni di donne che emergono dall’inconscio e diventano visioni e sono queste donne che attraversandoci con le loro forme personalizzate ci offrono la possibilità di comprendere le nostre pulsioni. Una scrittura che, attraversando il tempo, diviene fuoco dell’assenza e, nel contempo, slancio a dimenticare e a non sperare, anche se dalle sensazioni ancestrali riemergono ricordi mai sopiti che pesano come macigni con la consapevolezza di una sistematica e ineluttabile sconfitta. La poesia recupera la configurazione mitologica rimasta celata nel corso del tempo. Anche nei Dialoghi con Leucò, opera pubblicata dodici anni dopo, in tutt’altro contesto letterario, Pavese ha intrapreso la strada del mondo classico per proiettarvi i conflitti eterni dell’uomo e nel periodo in cui vennero scritti i Dialoghi. Pavese era profondamente innamorato di Bianca Garufi, con cui scrisse a quattro mani il romanzo Fuoco grande.
Alternati alle prose, in Fuochi ci sono riflessioni sulle diverse forme della passione: uno sfogo lirico che aggiunge alla raccolta solo qualche rimando autobiografico: “Cassandra urlava sulle mura, in preda all’orribile travaglio di far nascere l’avvenire”.
Ogni personaggio bruciando nel proprio tormento la propria missione: disperazione, menzogna, destino, scelta, segreto, salvezza, vertigine, crimine, suicidio. Un filo sottile accomuna chi ha sofferto ma ha anche compreso l’essenziale accettando con umiltà il limite e soprattutto l’ombra che ci portiamo dentro..
Fuochi è da leggere e da rileggere, un porto sicuro a cui tornare. Impossibile non farsi coinvolgere dalla narrazione scorrevole e diretta, una narrazione temporalmente ambientata nel passato e nella nostra odierna realtà.

Fonti
Marguerite Yourcenar: Fuochi ed. Bompiani, traduzione di Maria Luisa Spaziani
Albin Lesky: Storia della letteratura greca vol. 1 ed. Il Saggiatore
R.M.Rilke: Prima Elegia in Elegie duinesi, a cura e trad. di Franco Rella, Bur Rizzoli, Milano
M.Jacoby: individuation and Narcissum, Routledge,London, New York, 1990