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lunedì 22 maggio 2017

Lo sperimentalismo emozionale di Amelia Rosselli


Premessa

A partire dalla seconda età del Novecento la poesia si trova in una fase difficile e complessa. La diffusione dei nuovi linguaggi e i grandi cambiamenti che interessano il mondo della comunicazione , provocano sulla poesia effetti contraddittori. Da una parte essa si trova messa in discussione perché considerata uno strumento espressivo superato, dall'altra parte può essere indicata quale unica alternativa possibile alla crisi della comunicazione fra gli individui. Si possono riconoscere due tendenze generali : una di tipo sperimentale , dunque di ricerca di avanguardia , una di tipo restaurativo o regressivo che ripropone la riscoperta di modi espressivi del passato. Nonostante il clima incerto, in Italia continua anche nella seconda metà del Novecento la stagione fortunata che caratterizza la nostra poesia del primo Novecento. Innanzitutto prosegue ad alto livello l’attività di alcuni grandi poeti già affermatisi nel periodo precedente.(basti pensare a Montale, attivo fino alla morte nel 1981); contemporaneamente si affaccia una nuova importante  generazione di poeti, nati per lo più negli anni Venti. Alcuni esordiscono nel  Dopoguerra , come Vittorio Sereni, Andrea Zanzotto, Pier Paolo Pasolini, altri come Sanguineti e  Pagliarani pubblicano intorno alla metà degli anni Cinquanta.E le donne? Nell'esiguo canone delle scrittrici del Novecento, Amelia Rosselli occupa un posto importante.



 Nata a Parigi nel 1930 dall'esule antifascista Carlo Rosselli e da madre inglese, oltre che in Francia, ha vissuto negli Stati Uniti e in Inghilterra. Rientrata in Italia nel 1950, si è stabilita a Roma, dove ha abitato fino alla morte, avvenuta nel 1996. Ha compiuto studi di teoria e composizione musicale, che hanno influenzato al sua scrittura in versi, e ha svolto attività di traduttrice e giornalista. Il suo debutto italiano in poesia avviene nei primi anni ’60, quando Pasolini pubblica una scelta dei suoi versi sulla rivista “Il Menabò" (1963) seguita dalla raccolta poetica Variazioni belliche, 1964. In seguito ha pubblicato: Serie ospedaliera, 1969 contenente il poemetto "La libellula", Documento, 1976 che raccoglie le poesie tra ‘66 e il ’73, Impromptu, 1981, Appunti sparsi e persi, 1983
Sleep, 1992. È autrice di versi anche in altre lingue, Primi scritti (1980) raccoglie testi in inglese, francese e italiano scritti tra il ‘52 e il ’63.  


Sonia Bergamasco racconta A. Rosselli
https://www.youtube.com/watch?v=3wxdwbHmfyw&t=6s







Una curiosità: si chiamava Amelia anche la madre dei fratelli Carlo e Nello Rosselli.




La Rosselli non è coinvolta dal peso della tradizione , non insegue un processo di svecchiamento della lirica italiana   e si tiene piuttosto in disparte dall'ambiente dell'Avanguardia  anche  per l'impronta in maschile del gruppo . Intanto  continua senza sosta a coltivare l’idea precisa e dichiarata di una  lingua poetica universale come universale è  la musica , in tal modo punta  al cuore della sua personale  ricerca e scandaglia l’esperienza sofferta nel corpo e nella psiche. Va comunque detto che  la poetica, fortemente innovativa nelle forme e dai toni profondamente dolorosi della Rosselli,  dà vita ad alcuni dei momenti più alti della sperimentazione letteraria contemporanea.

Punto di forza ? La competenza musicale ha inoltre  favorito nella Rosselli la ricerca di una nuova metrica, dove il valore fonico delle sillabe , delle vocali e delle consonanti, il ritmo della frase finiscono per prevalere sul significato e sulle forme consuete della lingua: questo comporta l’invenzione di parole , la polivalenza del significato, la presenza di metafore oscure che dicono le cose mentre le celano, e, non ultima l’esigenza che la poesia sia detta ad alta voce, ascoltata più che letta.
La poesia della Rosselli è unica, nel panorama letterario italiano, per il senso che trasmette di un coinvolgimento emotivo totale nella parola e , non solo. (Un precedente può forse essere indicato nella” scrittura automatica” teorizzata dai surrealisti , a patto però di aggiungere subito che si tratta di un automatismo voluto e controllato, regolato da un’attenta scansione ritmica). Musica, ritmo, suono, contaminazione delle lingue, ricerca di sempre nuovi sensi da comunicare: forma e significato sono elementi altrettanto imprescindibili e altrettanto curati nel fare poetico di Amelia Rosselli, della quale ormai non resta che ascoltare la voce:


Contiamo infiniti cadaveri di Amelia Rosselli


Questi versi appartengono alla serie Variazioni, datata 1960-1961
qui Rosselli piange il limite umano di fronte al male

5) Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l’ultima specie umana.
Siamo il cadavere che flotta putrefatto su della sua passione !
La calma non mi nutriva il solleone era il mio desiderio.
Il mio pio desiderio era di vincere la battaglia, il male,
la tristezza, le fandonie, l’incoscienza, la pluralità
dei mali le fandonie le incoscienze le somministrazioni                                         
d’ogni male, d’ogni bene, d’ogni battaglia, d’ogni dovere
d’ogni fandonia: la crudeltà a parte il gioco riposto attraverso
il filtro dell’incoscienza. Amore amore che cadi e giaci
supino la tua stella è la mia dimora.
Caduta sulla linea di battaglia. La bontà era un ritornello
che non mi fregava ma ero fregata da essa! La linea della
demarcazione tra poveri e ricchi.
Esplora il significato del termine: 5) Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l’ultima specie umana.
Siamo il cadavere che flotta putrefatto su della sua passione !
La calma non mi nutriva il solleone era il mio desiderio.
Il mio pio desiderio era di vincere la battaglia, il male,
la tristezza, le fandonie, l’incoscienza, la pluralità
dei mali le fandonie le incoscienze le somministrazioni
d’ogni male, d’ogni bene, d’ogni battaglia, d’ogni dovere
d’ogni fandonia: la crudeltà a parte il gioco riposto attraverso
il filtro dell’incoscienza. Amore amore che cadi e giaci
supino la tua stella è la mia dimora.
Caduta sulla linea di battaglia. La era un ritornello
che non mi fregava ma ero fregata da essa! La linea della
demarcazione tra poveri e ricchi.
Versi liberi, che hanno però una certa costanza ritmica, per quanto estranea alla metrica italiana tradizionale.
Analisi
I temi
Sullo sfondo di un mondo di stragi, lotte e “fandonie”, l’autrice afferma la sua dedizione alle passioni forti e autentiche, la volontà di non piegarsi ai mali e alle mistificazioni sociali., la fedeltà a una “bontà” che la relega inevitabilmente tra i “poveri”.
LE FORME
Questa affermazione non è affidata solo al senso delle parole , ma più alla struttura formale della poesia che si presenta come un flusso traboccante di emozioni e di idee, apparentemente incontrollato. Più che dichiarata la passione è in atto in un  , eslamativo, e insieme ritmato come una litania, attraverso le insistenti ripetizioni.
Tutto questo sembra scaturire da un livello psichico profondo , primitivo, che non può parlare una lingua ordinaria:la Rosselli svolge continuamente le regole della comunicazione normale con le volute goffaggini della lingua (“su della” ,”la crudeltà a parte il gioco”, “ero fregata da esso”) vv.4-8, con gli scarti fra lingua letteraria” la sua stella è la mia dimora “e volgare” non mi fregava “come chi si sforzasse di balbettare una lingua mal conosciuta. Il fatto che la R. fosse stata educata in francese e in inglese ha una sua rilevanza, ma nel senso che questo le dava una particolare sensibilità linguistica,* non nel senso che non fosse che non fosse in grado di scrivere in italiano normale.
*
E’ Pasolini a scoprire la poesia di questa scrittrice, che definisce ‹‹la più grande poetessa del Novecento››.
Pasolini pubblica nel 1963, sulla rivista letteraria ‹‹Il Menabò››, diretta da Italo Calvino, una prima scelta di Variazioni belliche della Rosselli, preparazione all’edizione in volume dell’anno successivo  e descrive la sua scrittura poetica come ‘scrittura di lapsus’: versi fatti di distrazione, caratterizzati da ‹‹una grammatica di errori nell'uso delle consonanti e delle vocali››.Il tema del lapsus, aveva precisato comunque Pasolini, è un piccolo tema secondario rispetto ai grandi temi della Nevrosi e del Mistero che percorrono il tema  E’ sempre Pasolini il primo a riconoscere, nello stile di Amelia Rosselli quella venatura di tragedia collettiva: ritornano i grandi temi della Nevrosi e del Mistero che percorrono l’opera pasoliniana, ma arricchiti da una dimensione numinosa femminile, tragica e dissacrante, che unisce alto e basso, lingua del passato e del presente, trasversalità e scardinamento di regole e misure. Insomma una scrittura pericolosamente libera . 
Sonia Bergamasco racconta Amelia Rosselli





I miei occhi non s'aprono, dal
sonno o dalla tortura [...]
[...] ho un cuore che scotta
e poi si sfalda per ingenuamente ricordarsi
di non morire.
Con la malattia in bocca
spavento [...]

Lettura su Prometeo 




ANALISI DEL TESTO 


Tènere crescite mentre l’alba s’appressa tènere crescite
di quest’ansia o angoscia che non può amare né sé né
coloro che facendomi esistere mi distruggono. Tenerissima
la castrata notte quando dai singulti dell’incrociarsi
della piazza con strada sento stridori ineccepibili,
le strafottenti risa di giovanotti che ancora vivere
sanno se temere è morireNulla può distrarre il giovane
occhio di tanta disturbanza, tante strade a vuoto, le
case sono risacche per le risate. Mi ridono ora che le
imposte con solenne gesto rimpalmano altre angosce
di uomini ancor più piccoli e se consolandomi d’esser
ancora tra i vivi un credere, rivedo la tua gialla faccia
tesa, quella del quasi genio- è per sentire in tutto
il peso della noia il disturbarsi per così poco.


da Serie ospedaliera (1969)



Questo testo  si riferisce all'esperienza della  malattia e in particolare della malattia psichica che ha colpito la poetessa in una fase della sua vita.Il tema della malattia è un grande tema novecentesco . Il punto di vista del malato può diventare un punto di vista spietatamente lucido sulla realtà , un p. v.capace di smascherare quanto di inautentico si annida nei meccanismi della vita sociale.In questo caso, ad es. la p. rappresenta il p. v.della malata e rappresenta attorno alla malata alcuni fatti e le cure di alcune persone che sono con lei nell’ospedale, totalmente incapaci però di mettersi  in sintonia con il suo p. di vista . Cerchiamo molto rapidamente di ricostruire le linee generali di significato del testo.
Si avvicina l’alba e l’ansia o angoscia della persona malata si sta risvegliando.e questo risveglio di ansia o di angoscia è qualcosa che la malata sente quale fatto positivo.
Infatti il fondo della depressione costituisce nel non percepire più neanche  l’angoscia della vita , nel non avere proprio più alcun sentimento, quindi il risveglio dell’ansia che è un segnale di vitalità per la malata, potrebbe essere l’indizio di una ripresa e di un ritorno alla vita. Tuttavia la malata non può amare né se stessa, non può cioè fare un sentimento positivo su di sé , ma non può amare neppure gli altri intorno che, facendola esistere la distruggono, la costringono a vivere curandola e per questo la fanno soffrire.
Accade poi un episodio:
Dalla strada si sentono arrivare le grida allegre di ragazzi che rientrano  tardi o che sono usciti prestissimo di mattina “giovinotti- dice la poetessa- che ancora vivere sanno se temere è morire . La loro allegria è il segno di chi  può vivere felicemente perché non teme ma colui che teme, colui che vive la vita come timore, muore, non può più vivere allegramente.Questi segnali di vita che provengono dalla strada sono l’oggetto su cui si appunta l’attenzione della malata. Nulla può distrarre il giovane occhio da tale disturbanza
Cioè lei si concentra su questo signale di vita, e la R. conia qui una parola di sua invenzione disturbanza che è una parola che ha un significato ambiguo, è l’essere disturbati ma anche l’essere distolti dal fondo della depressione .Mi ridono dice dopo,  forzando la sintassi, cioè sembra che quelle persone ridono proprio per lei proprio nel momento in cui qualcuno presente nella stanza , un uomo, chiude le persiane , chiude la finestra con un gesto solenne per non farle sentire quelle risa allegre della strada. Questo gesto è il segno che quella persona non ha capito affatto lo stato d’animo della poetessa che invece era entrata in sintonia con quell’allegria e quasi quasi ne era animata . Ma il modo inautentico di vivere i rapporti interpersonali ha fatto sì che questa persona che si prende cura di lei ha piuttosto temuto che sentir ridere dalla strada potesse dar noia all’ammalata. Ecco allora a questo punto la p. dice di sentire in tutto il peso della noia il disturbarsi per così poco, sente in tutto il peso di nuovo della noia della vita cioè della mancanza di vitalità  questo gesto che è un gesto che corrisponde al vuoto modo di dire disturbarsi per così poco , tanto disturbarsi per così poco è il ridere per le strade tanto il disturbarsi per così poco chiudendo  la finestra, ma quello che più conta è la ripresa della parola disturbare dove però l’uso questa volta  corretto disturbarsi e non più disturbanza serve a segnalare una differenza : mentre il fastidio provato dalla p. per il ridere nelle strade era positivo , il disturbo da lei provato per il gesto di chiudere la finestra è il normale disturbarsi  per la inautenticità dei rapporti tra le persone incapaci ,appunto  in questo caso, di entrare in sintonia con la sensibilità profonda della malata.





Da Documento 


Pietre tese nel bosco

Pietre tese nel bosco; hanno piccoli
amici, le formiche ed altri animali
che non so riconoscere.Il vento non
spazza via il sasso,quelle fosse, quei
resti d'ombra, quel vivere di sogni
pesanti
Resti nell'ombra: ho un cuore che scotta
e poi si sfalda per ingenuamente ricordare
di non morire.
Ho un cuore come quella foresta:tutta
sarcastica a volte, i suoi rami lordi
discendono sulla testa a pesarti.
La poesia è costruita su tre momenti: di sei versi la prima,di tre le ultime due. E’ la conferma della ricerca di un controllo formale e  ritmico , che si sforza di disciplinare la materia magmatica dell’ispirazione.
Lo spunto potrebbe essere ungarettiano, per quanto riguarda il rapporto fra il “cuore”  e il “paese straziato”,ma mentre in  Ungaretti è evidente  un folgorazione analogica qui la “foresta” , motivo diffuso da Dante all’Ariosto,dal Tasso al Baudelaire di Correspondances,  è assimilato al soggetto e diviene un simbolo beffardo  che esprime attraverso i tentacoli mostruosi dei “rami lordi” una  condizione di dissoluzione e di delirio che devasta, ma non recide il legame con l’ esistenza.
La parola finale “pesarti” v.6, riprende ,con il sapiente richiamo di una circolarità ossessionante , il pesarti collocato al centro del componimento.
L’ordine formale racchiude così una materia dirompente e devastante , che richiama l’esperienza allucinata di un poeta come Dino Campana.
Vedi https://liminamundi.wordpress.com/2017/02/03/dino-campana-visionario-alla-rimbaud/
San Martino del Carso
Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato


Il suicidio

https://www.youtube.com/watch?v=5jBvt3ON_iU


Suicidio avvenuto esattamente trentatré anni dopo di quello di un'autrice da lei tanto studiata e tradotta con passione, Sylvia Plath. 

SCHOPENAUR sosteneva che il suicida vuole la vita , e in effetti stupisce la tragica esuberanza smaniosa di vita di famosi suicidi e pensiamo ad esempio a Silvia Plath, la poetessa americana che scriveva alla madre della sua " parossistica gioia di esistere" cosciente "delle fonti di tristezza e di dolore" da cui scaturivano.Scrive Silvia Plath nella poesia 



ARIEL DI Sylvia Plath

Stasis in darkness. 
Then the substanceless blue   
Pour of tor and distances. 

God’s lioness,   
How one we grow, 
Pivot of heels and knees!—The furrow 

Splits and passes, sister to   
The brown arc 
Of the neck I cannot catch, 

Nigger-eye   
Berries cast dark   
Hooks—

Black sweet blood mouthfuls,   
Shadows. 
Something else 

Hauls me through air—
Thighs, hair; 
Flakes from my heels. 

White 
Godiva, I unpeel—
Dead hands, dead stringencies. 

And now I 
Foam to wheat, a glitter of seas.   
The child’s cry 

Melts in the wall.   
And I 
Am the arrow, 

The dew that flies 
Suicidal, at one with the drive   
Into the red 

Eye, the cauldron of morning.


ARIEL
Stasi nel buio.
Poi l'insostanziale azzurro
versarsi di vette e distanze.
Leonessa di Dio,
come in una ci evolviamo,
perno di calcagni e ginocchi! - La ruga
s'incide e si cancella, sorella
al bruno arco
del collo che non posso serrare,
bacche
occhiodimoro oscuri,
lanciano ami -
boccate di un nero dolce sangue,
ombre.
Qualcos'altro
mi tira su nell'aria -
Cosce, capelli;
dai miei calcagni si squama.
Bianca
godiva, mi spoglio -
Morte mani, morte stringenze.
E adesso io
spumeggio al grano, scintillio di mari.
Il pianto del bambino
nel muro si liquefà.
E io sono la freccia,
la rugiada che vola suicida,
in una con la spinta
dentro il rosso
occhio, cratere del mattino.


Prometeo 


Disse bene anni dopo il critico Pier Vittorio Mengaldo a proposito della lingua della Rosselli definendola: ‹‹un organismo biologico, le cui cellule proliferano incontrollatamente in un'attività riproduttiva che come nella crescita tumorale diviene patogena e mortale››. Molti critici infatti, valutando la quantità di elementi di disagio, malinconia, depressione, nevrosi di cui le poesie sono colme, concordano nel sostenere che quello di Amelia Rosselli sia stato un suicidio lentamente, gradatamente preannunciato nei suoi versi. 



Biografia • Il ritmo faticoso della sofferenza
Bibliografia essenziale


Amelia Rosselli nasce il 28 marzo del 1930 a Parigi, figlia di Marion Cave, un'attivista del partito laburista britannico, e di Carlo Rosselli, esule antifascista (fondatore di Giustizia e Libertà) e teorico del Socialismo Liberale.
Nel 1940, ancora bambina, è costretta a fuggire dalla Francia in seguito all'assassinio, compiuto dalle cagoulards (le milizie fasciste), del padre e dello zio Nello, voluto da Benito Mussolini e da Galeazzo Ciano.
Il duplice omicidio la traumatizza e la sconvolge dal punto di vista psicologico: da quel momento Amelia Rosselli comincia a soffrire di ossessioni persecutorie, convinta di essere seguita dai servizi segreti con lo scopo di ucciderla.
Esule con i suoi familiari, si trasferisce in un primo momento in Svizzera, per poi spostarsi negli Stati Uniti. Si cimenta in studi di carattere musicale, filosofico e letterario, pur senza regolarità; nel 1946 torna in Italia, ma i suoi studi non le vengono riconosciuti, e decide quindi di andare in Inghilterra per completarli.
Tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta si dedica alla composizione, all'etnomusicologia e alla teoria musicale, non rinunciando a realizzare alcuni saggi sul tema. Nel frattempo nel 1948 inizia a lavorare per diverse case editrici di Firenze in qualità di traduttrice dall'inglese.
Gli anni '50 e '60

In seguito prende a frequentare, tramite l'amico Rocco Scotellaro, incontrato nel 1950, e Carlo Levi, gli ambienti letterari romani, entrando in contatto con gli artisti che genereranno l'avanguardia del Gruppo 63.

Negli anni Sessanta si iscrive al Partito Comunista Italiano, mentre i suoi testi attirano l'attenzione, tra gli altri, di Pasolini e di Zanzotto. Nel 1963 pubblica ventiquattro poesie su "Il Menabò", mentre l'anno successivo dà alle stampe per Garzanti "Variazioni belliche", la sua prima raccolta di poesie. In essa Amelia Rosselli mette in mostra il ritmo faticoso della sofferenza, senza nascondere la fatica di un'esistenza contrassegnata in maniera indelebile da un'infanzia di dolore.

martedì 7 marzo 2017

Il dramma delle spose bambine senza diritti.

Il matrimonio precoce è una violazione dei diritti umani fondamentali e influenza tutti gli aspetti della vita di una ragazza: nega la sua infanzia, ne compromette l’istruzione limitando le sue potenzialità, mette in Sono circa una su tre (cioè 70 milioni) le donne nei Paesi in via di sviluppo, che si sono sposate prima dei 18 anni. Se la tendenza attuale proseguirà, entro il 2020, 142 milioni di bambine si sposeranno prima di aver compiuto la maggiore età. Si tratta di 14,2 milioni di bambine sposate ogni anno, vale a dire 37.000 ogni giorno (dati Unicef).pericolo la sua salute e aumenta il rischio di essere vittima di violenze e abusi.

Ti racconto una storia


Nessuna tutela per le spose bambine in Bangladesh. Nel paese con la più alta percentuale di spose bambine di tutta l'Asia, il governo ha approvato la legge che consente alle minori di 18 anni di sposarsi per volontà dei genitori, in «circostanze particolari e per il loro superiore interesse». A nulla sono servite le numerose proteste e gli appelli diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie.


In Bangladesh è stata approvata una legge che consente alle minori di 18 anni di sposarsi per volontà dei genitori. Protestano le organizzazioni per i diritti umani, preoccupate soprattutto per la poca chiarezza che traspare dal testo del provvedimento. 
http://www.globalist.it/world/articolo/212660/orrore-delle-spose-bambine-il-bangladesh-le-approva-per-legge.html

Terzo film di una trilogia congegnato sul destino miserando delle vedove indiane è il film 




lunedì 23 gennaio 2017

L'uso della testimonianza nella didattica della Shoah

Gli  articoli 1 e 2 della legge n. 211 del 20 luglio 2000 definiscono così le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della Memoria’, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Clicca qui  : Per ricordare l'orrore della Shoah


Miklós Radnóti




“Non uccidere”, come appare nei documenti dei sopravvissuti, è  il comandamento implicito in tutte le testimonianze.


Dal ghetto di Vilna 
Abraham Sutzkever (1913) 

"Le stesse ceneri ci copriranno tutti:
il tulipano – candela tremolante nel vento,
la rondine nel suo volo, malato per troppe nubi,
il bambino, che nell’eternità ha lanciato la sua palla –

solo uno sopravvivrà, un poeta –
uno Shakespeare impazzito, pronto a cantare un canto
composto di ingegno e forza:
– Ariel, spirito mio, fa’ entrare il nuovo destino
e rigurgita le città morte!"

. Nella poesia "Come?", scritta nel ghetto di Vilna, Sutzkever immagina il futuro di libertà come un tempo della "trivellante" memoria, cui al poeta non è data possibilità di sottrarsi, e per sopravvivere al quale occorre farsi una ragione, bisogna trovare una chiave per interpretare quello stesso passato nel quale il futuro è irrevocabilmente radicato:

"Come e con cosa riempirai
il tuo calice nel giorno della liberazione?
Nella tua gioia, sei pronto a sentire
il buio grido del tuo passato
dove i teschi da giorni si congelano
in un abisso senza fondo?

Cercherai una chiave adatta
alle serrature inceppate.
Come fosse pane, azzannerai le strade
e penserai: meglio il passato.
E il tempo ti trivellerà con calma
come un grillo prigioniero in un pugno.

E la tua memoria sarà come
una vecchia città sepolta.

Il tuo sguardo eterno striscerà
come una talpa, come una talpa –"
Ghetto di Vilna, 14 febbraio 1943

La testimonianza di Primo Levi: Se questo è un uomo (1958)

«Soccombere è la cosa più semplice: basta eseguire tutti gli ordini che si ricevono, non mangiare che la razione, attenersi alla disciplina del lavoro e del campo. L’esperienza ha dimostrato che solo eccezionalmente si può in questo modo durare più di tre mesi. Tutti i mussulmani che vanno in gas hanno la stessa storia, per meglio dire, non hanno storia; hanno seguito il pendio fino al fondo, naturalmente, come i ruscelli che vanno al mare. Entrati in campo, per loro essenziale incapacità, o per sventura, o per un qualsiasi banale incidente, sono stati sopraffatti prima di aver potuto adeguarsi; sono battuti sul tempo, non cominciano a imparare il tedesco e a discernere qualcosa nell’infernale groviglio di leggi e di divieti, che quando il loro corpo è già in sfacelo, e nulla li potrebbe più salvare dalla selezione o dalla morte per deperimento. La loro vita è breve ma il loro numero è sterminato. Sono loro, i Muselmanner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. 












La voce della vittima può essere  una testimonianza di  un sopravvissuto, una testimonianza audiovisiva, una testimonianza scritta sotto forma di diario o di memorie.
Primo Levi, in alcune pagine  memorabili di I sommersi e i salvati 

«Lo ripeto non siamo noi i superstiti i testimoni veri. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro i musulmani i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola noi l’eccezione… Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi appunto; ma è soltanto un discorso “per conto di terzi”, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta, non l’ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato a raccontare la propria morte»



Poesia di Eva Picková
La paura
Di nuovo l’orrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia ogni altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
che decapita intorno le sue vittime.
I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.
Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
vorrei io stesso trovare la morte.
Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore.
Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!
Eva Picková nata nel 1931, aveva dodici quando è morta nel 1943.

Nel 1967 Abba Kovner pubblica una silloge di 46 liriche intitolata La mia sorellina, nella quale riecheggia il dramma della vita del ghetto e l’irrimarginabile ferita della Shoah:

"Sono arrivati fino alle mura.
Nella settima notte con la luce dell’alba
dall’alto delle mura sentirono quelli che affondavano nella neve,
ma senza vedere le facce di chi marciava
nel vento bianco. [...]
Gli occhi di mia sorella cercano sulle mura del convento
una speranza rossa. Nelle mani delle monache trema un cero.

Nove Sante Sorelle guardano mia sorella
come si guarda una cenere che parla. [...]
Non ho mai visto una città stesa supina
come un cavallo nella pozza del suo sangue
sbatte folle le zampe, e non si alza.

Suonano campane.
Città.
Città. Come si piange una città
i cui abitanti sono morti e i suoi morti vivono nel cuore?
Campane. [...]
Sono finite le candele nel Ghetto, è finito l’ossigeno
e nella tana della sposa
mia madre ha acceso la sua anima
per tutti i giorni.

Nostra madre ha preso il lutto per una figlia
non venuta al mondo. [...] – tu che hai visto tutto,
tu che ci hai visti
madre!

Perché non porti il lutto per noi
ma lo porti per chi
non è entrata nel mondo?"

(traduzione di Gaio Sciloni)

lunedì 16 gennaio 2017

Scrivere a Maria Occhipinti : CONCORSO PER STUDENTI SICILIANI

SCRITTURA EPISTOLARE. CONCORSO PER STUDENTI SICILIANI.



Nata a Ragusa nel 1921, è stata scrittrice e femminista.

Il ‘900 è il secolo di una combattiva e instancabile signora iblea, la donna di lettere  Maria Occhipinti (Ragusa 1921- Roma 1996) rivoluzionaria, femminista e scrittrice, Maria incarnò il pensiero di molte madri e mogli che, afflitte dalle perdite dei figli e dei mariti uccisi durante la seconda guerra mondiale, si rifiutarono di mandare i propri cari a morire sul fronte istituendo il movimento antimilitarista “Non si parte!” di Ragusa, Maria in particolare a seguito dei rastrellamenti del ‘45 non esitò a stendersi in mezzo alla strada incinta di cinque mesi per bloccare il mezzo su cui venivano trasportati alcuni suoi concittadini, tale gesto provocò subito un’insurrezione popolare che durò per 4 giorni. Maria venne arrestata e condannata al confino, scontata la pena cominciò a viaggiare per tutto il mondo (Milano, Svizzera, Francia, Marocco, Canada, Stati Uniti) per stabilirsi definitivamente a Roma e morirvi. Con la sua autobiografia “Una donna di Ragusa” vinse nel 1976 il prestigioso Premio Brancati. 


Il bando qui

http://edizioniarianna.it/premio-di-scrittura-epistolare-studenti-siciliani/





http://sellerio.it/it/catalogo/Una-Donna-Ragusa/Occhipinti/407



La mattina del 4 gennaio del 1945 tra Corso Vittorio Veneto e la Via IV Novembre, Maria, incinta di cinque mesi, si stende a terra davanti un camion carico di giovani rastrellati nel quartiere. I soldati cominciano a sparare alla folla, feriscono un ragazzo e ammazzano un sacrestano che si era avvicinato per fare da paciere. Così Maria descrive la rivolta:
“La mattina del 4 gennaio verso le 10, mentre stavo lavando mi sentii chiamare dalle donnette del mio quartiere che gridavano: Venite, venite sullo stradone, comare, voi che sapete parlare, voi che vi fate sentire e avete coraggio, venite a vedere che gran camion che c’è e sta portando i nostri figli. Mio marito era a lavorare, aveva anche lui la cartolina in tasca, ma io ero decisa, il padre di mia figlia non lo prendevano né vivo né morto. Corsi sullo stradone. Era una giornata serena dopo una grande pioggia e le donne fuori dalla porta, al sole, facevano la calza. Il camion carico di giovani veniva avanti come un carro funebre. Fallito il rastrellamento notturno perché i giovani scappavano in campagna e andavano a dormire in casa dei vicini dove c’erano solo donne (e tutte si prestavano in quell’occasione senza i soliti pregiudizi, pur di salvare un figlio di mamma), le autorità avevano deciso di fare una retata, cominciando da in cima allo stradone. Prendevano tutti i giovani che trovavano nelle botteghe dei barbieri, dei calzolai, dei mastricarretta di quel quartiere popolare che chiamavano “la Russia”. Il camion carico di giovani veniva avanti come un carro funebre. Fallito il rastrellamento notturno perché i giovani scappavano in campagna e andavano a dormire in casa dei vicini dove c’erano solo donne (e tutte si prestavano in quell’occasione senza i soliti pregiudizi, pur di salvare un figlio di mamma), le autorità avevano deciso di fare una retata, cominciando da in cima allo stradone. Prendevano tutti i giovani che trovavano nelle botteghe dei barbieri, dei calzolai, dei mastricarretta di quel quartiere popolare che chiamavano “la Russia”. Davanti al camion venivano le autorità di polizia, tra gli altri perfino il vicequestore di Catania, mi dissero.” (Una donna di Ragusa, Sellerio Editore)


Dopo giorni di scontri violenti, che si allargarono a macchia d’olio in tutta la provincia e anche oltre, la rivolta fu repressa.  Maria Occhipinti fu arrestata.

Il gesto di Maria non fu dettato da un impulso momentaneo ma fu frutto di un sentimento antimilitarista da tempo radicato in lei. Maria, infatti, aveva provato sulla propria pelle quanto male facesse la guerra e di quanta fame e di quanto orrore era causa. Sapeva già di ingiustizie e di iniquità. Nel 1940 ingenuamente, aveva scritto una lettera a Mussolini “uomo giusto, grande e umano”, informandolo che un ricco commerciante era stato esonerato dal servizio di leva, mentre il marito e gli altri continuavano a combattere. “Perché i ricchi possono corrompere i generali e non vanno a combattere come i poveri?” E’ schietta e sincera al punto da sembrare a molti un’incosciente. Si rende conto dell’importanza dell’istruzione e della cultura, capisce che la libertà delle donne passa attraverso esse, una libertà non di rivalsa nei confronti degli uomini, ma di maggiore consapevolezza della condizione femminile e  dell’orrore della guerra portata avanti dagli uomini. 
A vent’anni va nell’istituto delle orfanelle  del Sacro Cuore tenuto dalle suore e frequenta la quarta classe elementare, studia con passione e avrebbe voluto studiare “sempre geografia, niente storia, niente guerre, stragi e miserie”. Tiene discorsi di pace e di giustizia sociale alle vicine di casa, definisce la guerra illogica e senza regole. 
Nel 1941 il marito è in guerra a Cassino, lei lo raggiunge. Tocca con mano e vede con i propri occhi in quali terribili e miserevoli condizioni vivono i soldati e quanta è insopportabile l’autorità  e la severità dei superiori,  così si rivolge al colonnello per denunciare i fatti. Una donna così strutturata non poteva non stendersi  a terra davanti ai camion militari. Maria dopo l’arresto viene condotta ad Ustica dove partorisce nella miseria assoluta una  bambina. Successivamente, è trasferita nel carcere delle Benedettine a Palermo.
Torna a Ragusa dopo un paio di anni ma viene accolta freddamente dai ragusani i quali non capiscono questa donna troppo diversa da loro. E’ inconcepibile per loro una donna che ha voglia di studiare, una donna che si ribella alla guerra, alle ingiustizie, ai soprusi, che parla, grida, agisce.  E non solo, anche il marito la disprezza, è un ignorante, rozzo, incolto, e si è legato ad un’altra donna.  Così Maria va via da  Ragusa e si trasferisce  al nord, vive in diverse città fino a quando approda in Svizzera dove scrive, in un linguaggio realista, verista, in un misto fra italiano e ragusano,  la sua biografia: “Una donna di Ragusa” che viene pubblicata nel 1957 da Landi. Il libro però passa inosservato fino a quando, nel 1976,  fu pubblicato dalla Feltrinelli, destando parecchio interesse tant’è che la Occhipinti non solo fu annoverata fra le migliori scrittrici del tempo ma vinse nello stesso anno il premio Brancati-Zafferana.
Maria in seguito si trasferisce all’estero e poi si stabilisce definitivamente a Roma dove scrive alcune novelle, che in seguito andranno a far parte della raccolta “Il carrubo ed altri racconti” nelle quali la Occhipinti racconta le arretratezze della vita che si svolge in una Sicilia contadina. Legata al partito  comunista arriva alla rottura definitiva quando quest’ultimo condanna i moti ragusani accusando i rivoltosi di complicità con i fascisti e con i separatisti. Maria si avvicina così agli anarchici e scrive una lettera Feliciano Rossito nella quale afferma che i moti erano antimonarchici e antimilitaristi, che erano nati spontaneamente  dal malessere profondo della gente stanca della guerra  e della fame. Lei non si schiera dietro una bandiera o un’ideologia, è una donna libera, una libera  pensatrice, “fuori di ogni setta politica”. Maria Occhipinti muore a Roma nel 1996. Il suo libro “Una donna di Ragusa” è edito da Sellerio.  Sempre da  Sellerio è stato pubblicato “Una donna libera” dove Maria racconta la sua partenza da Ragusa dopo il suo rilascio e il suo peregrinare all’estero, in Svizzera, in Francia, in Inghilterra, in America.






Maria Occhipinti (Ragusa 1921 - Roma 1996) 

Maria Occhipinti prende coscienza dei grandi interrogativi esistenziali e sociali, dell’inferiorità della condizione femminile, in un itinerario intellettuale, politico e letterario che s’innesta negli anni della seconda guerra mondiale. Verso la fine del 1944 giunse la nuova chiamata alle armi. In risposta, Ragusa, come molti altri centri siciliani, esplose in un’insurrezione popolare e istituì il comitato di rivolta Non si parte. In seguito, la storiografia ufficiale tacciò quest’insurrezione quale evento di rigurgito fascista e tentativo di separatismo. Un velo d’oblio calò sui fatti fino alla pubblicazione del libro Una donna di Ragusa della Occhipinti. Nata nel 1921, fu protagonista ed emblema indiscusso di quei moti popolari. La mattina del 4 gennaio del 1945, a Ragusa, tra Corso Vittorio Veneto e la Via 4 Novembre, Maria, all’età di ventitré anni ed incinta di cinque mesi, si stese a terra, davanti un camion militare carico di giovani rastrellati da un quartiere popolare di Ragusa, con l’intento di facilitarne la fuga. Scoppiò il tumulto. I soldati cominciarono a sparare. Dopo giorni di violenti scontri l’insurrezione fu repressa spietatamente con l’arrivo della Divisione Sabauda. L’ordine venne stabilito l’otto gennaio e più di un centinaio di comunisti furono arrestati. Maria fu l’unica donna condannata al confino ed al carcere. Ad Ustica diede alla luce, in povertà ed estrema miseria. Successivamente, fu trasferita nel carcere delle Benedettine a Palermo. Quando ritorna a Ragusa ha venticinque anni, una bambina che fa fatica a riconoscerla ed un marito che si era legato ad un’altra donna. La famiglia ed i cittadini l’accolgono con ostilità e freddezza, considerandola quasi una donna indegna perché coinvolta nella rivolta e lontana dagli usi domestici e sociali delle comuni donne siciliane. Disprezzata da tutti, lascia con la figlia la città; la sua vita si svolge tra Napoli, Ravenna, San Remo, Roma, Milano. In seguito si stabilisce in Svizzera, e lì scrive la sua biografia, un momento di catarsi e di analisi di un passato pieno d’interrogativi ed incomprensioni. Una donna di Ragusa ha valore non solo storico ma anche sociologico e letterario, con uno stile scarno ed un linguaggio verghiano, misto di dialetto ragusano ed italiano corrente. Maria s’interroga sulla primitiva condizione femminile della Sicilia, sull’oscurantismo religioso, sulla guerra, fonte di ogni male, e sull’umanità circondata da ingiustizie. Un libro che s’inquadra nel filone ultimo del neorealismo, ma che all’inizio passò inosservato. Fu in seguito alla pubblicazione presso la Feltrinelli, nel 1976, con un lungo saggio in prefazione di Enzo Forcella, che l’opera cominciò a suscitare interesse, e nel dicembre dello stesso anno vinse il premio Brancati-Zafferana. La Occhipinti fu annoverata tra i grandi nomi della letteratura femminile ed il suo libro cominciò ad essere utilizzato come testo di studio presso numerose scuole. Nacquero le prime traduzioni e la RAI lanciò l’idea di una trasposizione cinematografica. Nel frattempo si trasferisce in diversi stati: Marocco, Francia, Canada, per poi approdare a New York dove lavora come infermiera. Nel 1973 torna a Roma e con la figlia si stabilisce definitivamente nella capitale. Continua la sua attività rivoluzionaria con degli articoli a carattere sociale e politico. Denuncia le ingiuste condizioni delle domestiche, che lavorano al servizio dei padroni borghesi, costrette spesso a subire abusi sessuali; evidenzia il grave problema dell’espropriazione dei terreni, a prezzi irrisori, siti alla periferia di Ragusa. A Roma torna anche il suo fervore letterario. Compone delle novelle che poi entreranno a far parte della raccolta Il carrubo ed altri racconti, pubblicata postuma dalla Sellerio. Le novelle, brevi spaccati di vite quotidiane, si snodano nella profondità della terra siciliana, nella società contadina, fatta di maligni pettegolezzi, di credenze popolari, di matrimoni mercanteggiati, di arretratezza ed ostracismo. Politicamente, dopo un periodo di forte legame col Partito Comunista, arriva una rottura definitiva. Il PCI, infatti, aveva condannato i moti ragusani di complicità con i fascisti e con i separatisti. Maria, vicina ormai agli anarchici, scrive una lettera di risposta a Feliciano Rossito, sostenendo come il moto era anzitutto una sollevazione antimonarchica ed antimilitarista, che prendeva origine dal profondo malessere della popolazione, spossata dalla guerra e sfiduciata dal governo. Maria Occhipinti, dall’animo forse troppo schietto e sincero, dai giudizi spesso taglienti verso qualsiasi forma d’ingiustizia, muore a Roma il 20 agosto del 1996. Oggi a Ragusa c’è chi crede sia stata ingenua, bizzarra nel suo folle gesto, chi mette addirittura in discussione la sincerità del suo racconto, perché, dice la Cotensin, ha disturbato e disturba sempre con le sue scelte di vita, le sue scelte politiche.